I VERI CREDENTI E LA LORO FEDE - Copia - www.richardandisabelburton.com

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                                        I VERI CREDENTI  E LA LORO FEDE
   

    Gli scrittori moderni hanno l’abitudine di considerare Maometto un
fanatico onesto e sincero nel periodo in cui era alla Mecca e un despota
senza scrupoli quando era a Medina. Questo punto di vista mi sembra falso
e iniquo. Quando viveva appartato, il Profeta della Mecca aveva fama di cittadino
perbene, come testimonia il suo titolo di Al-Amin, (il Fidato). Quando l’ostilità dei pagani della tribù lo costrinse ad emigrare, egli divenne di fatto e secondo la legge un re, o meglio, un gran sacerdote e un politico, nella cui persona convivevano il Predicatore, il Conquistatore di nemici e il Capo dei fedeli.

I suoi precetti, come quelli di tutti i sovrani orientali, erano macchiati di sangue; ma, anche volendo credere ai i crimini e alle crudeltà che i Cristiani gli attribuiscono e che i musulmani riconoscono, essi non sono che piccole colpe in una vita gloriosa e appassionata, terminata con una morte altamente esemplare, se paragonati alla trama di orrori e distruzioni che la Legge e i Profeti attribuiscono a Mosè, a Giosuè, a Samuele, ai patriarchi e ai profeti per espresso comandamento di Geova. Maometto si definì ‘Nabiyun unmi’ (profeta analfabeta); ma soltanto i suoi seguaci più ignoranti possono credere che fosse incapace di leggere e scrivere. Le sue ultime parole, accettate dalla tradizione, sono state : “Aatini dawata wa kalam” (portatemi penna e inchiostro). Su di esse gli Shi’ah, i dissidenti persiani, hanno fondato non senza ragione una teoria, secondo la quale Maometto intendeva scrivere il nome di Alì, per designarlo suo successore o Califfo. Ma Omar sospettò le sue intenzioni ed esclamò: “Il Profeta sta delirando. Non abbiamo forse già il Corano?”. In questo modo sacrilego, egli impedì quella misura cautelativa. Comunque si siano svolte le cose, questa leggenda prova che Maometto sapeva leggere e scrivere anche quando non era ispirato. La credenza popolare è nata forse da un pio intento di aggiungere un altro miracolo a quello dello stile prodigioso del Corano.  
     
  Maometto fece del suo meglio per abolire i preti e la loro attività. Stabilì che ogni capofamiglia fosse il pontefice in casa propria e condannò severamente il monacato e la castità. Ma la natura umana era troppo anche per lui. Non era ancora morto, che già cominciavano a sorgere comunità di asceti. Attualmente gli Ulema sono diventati una specie di clero, con la  differenza che essi devono (o dovrebbero) dedicarsi a qualche servizio civile onesto e non a quello religioso di curare le anime. Maometto riuscì nel suo intento, ma si attirò l’odio della classe ecclesiastica, che egli con tanta saggezza e onestà aveva cercato di eliminare. Ancora oggi i missionari hanno una buona parola per gli zoroastriani, i buddisti, gli induisti, i confuciani, ma non per i musulmani. Per fare solo un esempio fra i tanti, il dottor Livingstone preferiva sicuramente i feticisti ai musulmani, perché li poteva convertire.

  Il mihrab è una nicchia ad arco, situata nel muro della moschea in direzione della Mecca. Qui prende posto l’Imam, con il viso rivolto verso la Ka’abah o Casa Quadrata della Mecca e con le spalle verso i fedeli. L’Imam, infatti è il capofila, l’antistes, che letteralmente significa ‘uno che sta davanti agli altri’ e i suoi inchini e le sue prosternazioni segnano il tempo per tutta la congregazione. A mio parere, il mihrab, sconosciuto agli ebrei, ha origine dalla nicchia nella quale era collocato il Dio Egiziano. I Cristiani ne hanno ripristinato l’uso per le loro statue e gli altari. Gli indù sostengono che per la nicchia, simbolo di Venere, e per il minareto, simbolo di Priapo, risalenti al periodo del decimo Califfo Al Walid (86-96 d.C.), i musulmani si siano ispirati a due loro idoli prediletti: il linga-yoni o Cunnusfallus. Per questo essi chiamano bhaga-cunnus il mihrab. Gli zoroastiani hanno dato alla Mecca l’appellativo di ‘ma-gah, locus lunae, alla Medina quello di ‘Mahdinah’ (Luna della religione).

  Un buon musulmano non porta mai il Libro Sacro al di sotto della cintola né lo apre prima del rito di purificazione. Gli inglesi che vivono in oriente dovrebbero tenere a mente queste regole, perché la mancanza di considerazione verso l’adab-al-Kuran, ( il rispetto delle Sacre Scritture) suscita scandalo e riprovazione.
L’equivalente musulmano della cappella che sorge lungo la strada nei paesi cattolici è una nicchia scavata in un muro in direzione della Mecca o una piccola stanza con il tetto a forma di cupola. Questi piccoli oratori sono spesso situati vicino a fontane, corsi d’acqua o  boschetti, dove è più probabile che i viaggiatori si fermino.
In Oriente, la pratica di imbrattare i muri è quasi più comune che in occidente. I monumenti dell’antico Egitto sono stati scarabocchiati dai Greci e dai Romani. Persino le zampe della Sfinge sono coperte di graffiti. Quelli di Abu Simbel e Istanbul si sono rivelati preziosi per gli epigrafisti.    

  Mezz’ora prima di mezzogiorno dal minareto viene intonata la benedizione e i fedeli cominciano a prendere posto nella moschea. A mezzogiorno c’è l’azan, la chiamata alla preghiera e ogni uomo fa due inchini, in segno di rispetto per la moschea e per le persone riunite. Poi viene benedetto il Profeta e i sacerdoti pronunciano un secondo salam, ripetendo l’invocazione di mezzogiorno. Dopo che l’Imam ha recitato il primo khutbah o sermone di preghiera, la congregazione prega in silenzio. Segue una seconda esortazione di wa’az contenente parole di saggezza.
L’Imam, in piedi davanti al mihrab, recita l’ikamah, che si differenzia dall’azan abituale perchè alle parole: ‘Affrettiamoci verso la salvezza’, viene aggiunta la frase: ‘Venite, è tempo di implorazione’. Da ultimo, i fedeli recitano il farz, la preghiera di mezzogiorno del venerdì contenuta nel Corano.
Adhikr significa ricordare, menzionare (i nomi di Allah) e indica le riunioni di religiosi nelle quali si compiono esercizi di devozione. I partecipanti, gli zikkir, stanno in circolo, seduti o in piedi e pronunciano il Nome Sacro. Queste rogazioni sono predilette dai dervisci o frati questuanti, che l’Europa divide in ‘danzanti’ e ‘urlanti’. Una volta mi unii a un cerchio di urlatori e scandalizzai alcune signore inglesi, alle quali stavo facendo visitare l’Ezbekiah. Non si deve però pensare che questi religiosi siano uomini senza educazione, è solo che le classi alte preferiscono un maggiore riserbo.

  Durante la preghiera di mezzogiorno, le porte di tutte le città musulmane, dall’India alla Barberia, restano accuratamente chiuse, non tanto perché ‘il venerdì è il giorno in cui è terminata la creazione e Maometto è entrato a Medina’, ma perché, secondo una credenza popolare, i cristiani insorgeranno presto contro i musulmani proprio nel corso delle orazioni, in una ripetizione dei Vespri siciliani.
  Nei mesi del digiuno e del pellegrinaggio, le preghiere vengono spesso recitate in luoghi particolari, fuori città. Questi luoghi, che gli indiani chiamano idgah, hanno un muro lungo un centinaio di metri, che fa da schermo, e al centro una nicchia per la preghiera con tre scalini per il predicatore. Le due estremità del muro sono abbellite da riproduzioni di minareti.     
  Lailatu-lqadr è la notte del fato o degli ordini divini. La notte del Fato è la migliore di dodici mesi. Vi scendono gli angeli e lo Spirito, col permesso di Dio, a fissare ogni cosa’ (Corano XCVII 2, 3). Tutti concordano sul fatto che essa cade in uno degli ultimi dieci del Ramadan, ma sfortunatamente nessuno ne conosce il momento esatto. L’ultima, citata da Kilab ibn Murrah, antenato di Maometto, si verificò circa due secoli prima dell’Islam, nei mesi di luglio- agosto e prese il nome da Ramza, il calore intenso. Ma il Profeta, nel decimo anno dell’Egira, proibì incautamente il mese intercalare (Corano IX 36, 37) e da allora il mese lunare ruota in tutte le stagioni.

 Nella Notte del Fato, il Corano è stato fatto scendere dal cielo più alto, quello vicino al trono di Allah, al cielo inferiore, da dove Gabriele lo ha portato  all’Apostolo per la provvidenziale rivelazione. Durante questa notte vengono prelevati dalla Tavola anche gli Ordini Divini per l’anno successivo e affidati agli angeli per l’esecuzione. E poiché le porte del Paradiso sono aperte, ogni preghiera viene esaudita.
  Questo punto ha dato origine a una serie di superstizioni che differiscono nei vari paesi. Lane racconta che, nella Notte delle Notti, alcuni fedeli continuano a portare alle labbra una tazza di acqua salata, che dovrebbe diventare dolce. Nell’India musulmana non soltanto si crede che in quella notte l’acqua di mare si trasformi in acqua dolce, ma che tutte le creature vegetali si inchinino davanti ad Allah. Soltanto i Profeti conoscono il momento in cui questo avverrà, ma i devoti trascorrono questa notte del mese del Ramadan riuniti in preghiera, bruciando pastiglie di incenso. Ad Istanbul questa è ufficialmente considerata la Notte del Potere. D’altra parte, anche nell’Europa medioevale si credeva che la vigilia di Natale il bestiame adorasse Dio. In Francia e in Italia ho incontrato contadini che credevano fermamente che in quella notte tutto il mondo animale parlasse e facesse predizioni per l’anno successivo.

 Per i musulmani, come per i cristiani, i peccati capitali sono sette: l’idolatria, l’omicidio, le false accuse di lussuria fatte a donne caste; la sottrazione di beni agli orfani; l’usura; la diserzione dalla Guerra Santa e la disobbedienza ai genitori. La differenza fra le due fedi è notevole.
Il saggio riconosce soltanto tre colpe: l’intemperanza, l’ignoranza e l’egoismo.  
Un uomo combatte molte battaglie senza essere ferito, un altro cade al primo colpo. Non si può fare a meno di riconoscere l’esistenza della  misteriosa Fortuna, le cui leggi ci sono per il momento sconosciute, ma che potrebbero un giorno diventarci familiari. L’idea dell’impossibilità di prolungare la nostra vita oltre il tempo stabilito risale ad Omero.
Qadha è il Fato in senso generale, il Decreto universale ed eterno di Allah. Qadar è la sua applicazione individuale, la volontà di Allah di generare eventi in un luogo e tempo particolari. Il primo è considerato di due tipi: qada al- muhim, che ammette cambiamenti e qada al-muqim, rigido e assoluto secondo la dottrina della predestinazione ineluttabile, predicata con tanta energia anche da S. Paolo (Romani IX, 15-24). In tutto il mondo gli uomini agiscono in base al primo, mentre teoreticamente sono vincolati a quest’ultimo. Chinese Gordon ha scritto che “è meraviglioso essere fatalisti”, perché la direzione divina e la predestinazione risparmiano all’uomo il faticoso lavoro di previsione e riflessione. Nei suoi principi, egli era allo stesso tempo calvinista e musulmano, con idee sul Fato e sul Libero arbitrio contradditorie e contrarie alla ragione. Anche volendo ammettere che ci siano cose al di sopra (o al di sotto) dell’intelligenza umana, non possiamo accettare idee che contrastano con il generale buonsenso.

  L’attitudine del musulmano è quella di professare in modo altisonante la propria fiducia nel Fato e nella Fortuna prima del verificarsi di un certo evento e di consolarsi saggiamente, dopo che l’evento si è avverato, con la certezza che in nessun modo egli avrebbe potuto sfuggirvi. La convinzione che il destino dell’uomo è nelle mani di Allah dà al musulmano, soprattutto di fronte alla malattia e alla morte, una dignità maggiore di quella che ha il cristiano, anche se l’immagine bizzarra dei Turchi che restano impassibili sotto a una pioggia di proiettili, convinti di non essere colpiti se il fato non lo vuole, è una fantasia strampalata, che non trova riscontro nella realtà.
  I principali punti di discordia nell’Islam sono quattro. Il primo riguarda l’unità e gli attributi di Allah; il secondo, le sue promesse e le sue minacce; il terzo è relativo alla funzione dell’Imam, il quarto concerne la predestinazione e la giustizia. Su quest’ultimo punto, le opinioni sono così varie da coprire l’intero campo delle possibilità. Per esempio, i mu’tazilites, che il dotto Weil considera i protestanti e i razionalisti dell’Islam sostengono che la parola di Allah fu creata in maniera sottoposta e, dunque, è accidentale e soggetta a perire. Una delle loro scuole, la Kadiriah ( che ha potere) nega l’esistenza del fato e sostiene che Allah non aveva nominato il male e aveva lasciato l’uomo libero di decidere. D’altra parte, il jabariah (o mujabbar – l’obbligato) è un fatalista assoluto che crede nell’onnipotenza del destino e ritiene che il massimo della saggezza consista nel conformarsi ai suoi dettami. Per chiarire meglio questo punto, Al- Mas’udi cita un filosofo musulmano che soleva dire che gli scacchi sono stati inventati da un Mu’tazil, mentre il nard ( una sorta di backgammon con i dadi), nel quale la bravura al gioco non può nulla contro il destino, è stato inventato da un Mujabbar.              
 Fra questi due estremi, si situano gli ashariah, i ‘rifinitori’, il cui punto di vista è difficile da chiarire. Essi dicono che “Allah crea la capacità umana di agire, ma la volontà appartiene all’uomo”. Non rispondono però alla domanda: “ Chi ha creato questa volontà?” Sa’adi, nel suo Gulistan, scrive: “Dice il saggio che il pane quotidiano è concesso a condizione di darsi da fare per ottenerlo. La calamità è predestinata, ma è prudente prendere qualche precauzione per bloccare la porta da cui arriva.” Non pochi dottori in legge e religione sostengono che il qada al-mukim è assoluto, ma riguarda soltanto la vita dopo la morte.
La  Sunna  (legge) completa gli hadis o detti del profeta ed è formata dalle pratiche dell’Apostolo in materia religiosa e semi-religiosa. Tutto ciò che è sconosciuto, invece, è chiamato bida’ah, cioè innovazione. Il musulmano rigoroso è un conservatore esemplare, il cui modello di vita risale al settimo secolo. Questo costituisce un ostacolo per il progresso e potrebbe diventare un pericolo per l’Islam. Ogni innovazione introdotta da un seguace irreprensibile del Profeta, viene considerata alla stregua di una sunna, anche se correntemente si dice che ‘La plebe non accetterà mai oro che non provenga dalla zecca.’

I musulmani non credono che Gesù sia stato crocifisso. Essi prediligono la fantasiosa ipotesi secondo cui Giuda ne avrebbe assunto le sembianze, per pagare con la morte il fio del suo tradimento. Per questo motivo la resurrezione non è chiamata kiyamah, ma kumamah (immondizia). Essi condividono questa eresia riguardante la croce con i Doceti, “bestie dall’apparenza umana”, come li chiamava Ignazio. Per loro, ad essere sottoposto al supplizio della croce è stato un fantasma. Fin qui, i musulmani sono logici, perché Gesù, che era stato concepito in modo miracoloso, angelico e immacolato, non poteva morire. Però essi si contraddicono quando tengono per lui un posto vacante nella tomba accanto a quella del Profeta, dopo la sua seconda venuta come precursore di Maometto.
Molti cristiani non sanno che Satana ha una moglie chiamata Awwa. E che, come Adamo ebbe tre figli, il Tentatore ne ha nove: Zu’l-baysun, signore dei bazar; Wassin, regnante nei periodi turbolenti; Awan, consigliere dei re; Haffan, patrono dei bevitori di vino; Marrah, protettore di musicisti e danzatori; Masbut, patrono dei pettegoli (e dei giornalisti; Dulhan, disturbatore dei luoghi sacri e delle pratiche devozionali; Dasim, signore dei palazzi e dei banchetti, dove impedisce ai fedeli di dire bismillah e inshallah (se Dio vuole), come comanda il Corano; Lakis, signore degli adoratori del fuoco.

 La leggenda del Diavolo che appare ad Abramo di Mosul sembra essere stata accettata dai contemporanei e ricorda visite simili avvenute in Europa, come quella al Dr. Faust. E, come la ragazzina che il padre voleva istruire su alcuni episodi della Bibbia, noi possiamo solo esclamare: “Perdinci, papà, che sciocchezze stai dicendo!” Una volta ho cominciato a scrivere una storia del Diavolo, ma ho scoperto che il folklore europeo aveva fatto di questo grande vecchio, Typhon – Ahmrina, uno sciocco totale, togliendogli ogni interesse.
Nel Corano vi sono idee curiose sulla fisiologia umana. Vi si sostiene che il Mani o seme maschile è contenuto nei lombi, mentre quello femminile è contenuto nello sterno (cap. LXXXVI). Il seme mischiato dell’uomo e della donna (cap. LXXVI) feconda l’ovaia. Il bambino viene nutrito attraverso il cordone ombelicale con il sangue mestruale ed è per questo motivo che il flusso periodico si interrompe. Barzoi scrive: “Il seme dell’uomo cade nell’utero della donna e si mischia con il seme e il sangue di lei. Quindi si addensa e si coagula e, dopo che lo Spirito è entrato in esso, si gira come  formaggio molle. Poi si solidifica, si creano le arterie e si formano gli arti e le articolazioni. Il bambino maschio ha il viso rivolto verso la schiena della madre, la femmina verso il ventre.”     

 Riguardo alla teoria degli spermatozoi, il Corano contiene una curiosa prolessi. Nel VII capitolo leggiamo: “Il tuo signore tirò fuori dai lombi dei figli di Adamo la loro posterità.” I commentatori dicono che Allah diede un colpo sulla schiena di Adamo ed estrasse dai suoi lombi tutta la posterità, sotto forma di piccole formiche. Queste si misero sotto la protezione di Dio e vennero congedate per ritornare da dove erano venute. Sale sostiene che questa fantasia dimostra come la dottrina della preesistenza non fosse sconosciuta ai maomettani. C’è qualche corrispondenza fra di essa e la moderna teoria della generatio ex animalculis in semine marium.  I poeti lo chiamano yaum-i-alast e lo rappresentano con un’immagine di milioni di spiriti incorporei che appaiono davanti al Creatore.
Tutti i musulmani, ad eccezione di quelli della scuola di Maliki, credono che nel giorno del Giudizio, gli autori di immagini avranno l’ordine di animarle. Se non ne saranno capaci, finiranno all’inferno. Questa severa repressione è stata forse resa necessaria dal bisogno di porre fine alla tradizione di adorare gli idoli. E’ probabilmente per la stessa ragione che la chiesa greca non ammette le statue, ma soltanto i dipinti. Naturalmente vi sono state ampie eccezioni a questa regola. Tutti i sultani di Istanbul, ad esempio, si sono fatti immortalare in ritratti.

 La qiamah è chiamata così perché in quel giorno avverrà la resurrezione generale e perché, sempre in quel giorno, c’è stata la creazione di Adamo. Entrambe queste circostanze sono il frutto di una decisione consequenziale. Poiché gli ebrei avevano ricevuto l’ordine divino di santificare il sabato, i cristiani avevano deciso di destinare al riposo la domenica, i musulmani scelsero il venerdì. Tuttavia, il rispetto del riposo settimanale e la sua osservanza imposta dalla religione sono sconosciuti all’Islam. Il Corano ordina soltanto di interrompere gli affari per il culto pubblico alla moschea. Il massimo che un maomettano arriva a fare è di non lavorare o viaggiare sin dopo il rito religioso, ma egli non ha bisogno di un giorno di riposo; laddove un cristiano invece, nella noiosa e terribile routine quotidiana del suo duro lavoro, senza mai un raggio di luce che illumini il buio della sua esistenza civilizzata e infelice, ne ha sommamente bisogno.
Nel Corano Gesù viene paragonato a Adamo: i suoi appellativi sono qalamu’llah (parola di Dio), in quanto generato senza un padre, e ruhu’llah (respiro di Dio), perché concepito da Gabriele che, sotto le sembianze di un bellissimo giovane, ha soffiato nella vulva della Vergine. Perciò i musulmani credono nella concezione miracolosa e di conseguenza stabiliscono che un essere concepito in questo modo, come Elias e Qidr, non è soggetto a morte. Essi ritengono inoltre che Gesù sia nato senza peccato originale (una superstizione colpevole), grazie al velo che era stato posto davanti alla Vergine e al Bambino per proteggerli dal contatto con il Maligno. Egli già parlava quand’era ancora nella culla, ha compiuto miracoli nel campo dell’arte medica ed è salito in Cielo dopo la morte. Egli apparirà sulla Torre Bianca di Damasco come precursore di Maometto e sarà sepolto a Medina.

  Gli Ebrei parlano di lui come di ‘quell’uomo’, destinato a esercitare la magia perché generato durante il periodo mestruale. Egli apprese il sham a- mafras o nomen tetragrammaton, lo scrisse su di una pergamena e lo inserì in un’incisione nella coscia, che si rimarginò sul Nome menzionato (Buxtorf, Lex Talmud 25-41). Il Toldoth Jesu (Historia Joshuae Nazareni) fornisce altri dettagli che dovrebbero essere letti dall'eminente littérateur inglese che scoprì che i ‘maomettani sono cristiani’, un fatto ben noto a Locke e Carlyle. Certo che lo sono e sono anche qualcosa di più.
Il Corano (cap.III, 89) dice: ‘Segui la religione di Abramo’. Il patriarca è denominato Khalilu’llah e come rango è collocato vicino a Maometto, prima di Gesù. Non c’è bisogno che aggiunga che la sua tomba non è a Gerusalemme e che quella di Hebron non è mai visitata. Le gelosie dell’Europa hanno permesso ai musulmani (soi disant) di tenere chiuso e nascosto un luogo che appartiene al mondo e specialmente agli ebrei e ai cristiani. Le tombe, se esistono, si trovano  nei sotterranei o dentro a una caverna sotto alla moschea.
Chi si è convertito all’Islam in teoria è rispettato, ma in pratica è disprezzato. I Turchi lo definiscono un ‘Burma’, un imbroglione e un voltagabbana. Nessuno gli dà fiducia o crede nella sua sincerità.



Gli ariani dell’Iran hanno un desiderio innato di sapere cosa c’è dopo la morte. Questo bisogno spiega la straordinaria diffusione del cosiddetto Spiritualismo  - che è soltanto ‘swedenborgianismo’ ordinato a sistema - anche presso gli anglo-americani, popolo emotivo e impressionabile. In Inghilterra, succede il contrario. La sensibilità ottusa di un popolo nutrito a bistecche e birra ha ridotto la religione del diciannovesimo secolo a una sorta di innocua magia, con fantasmi che appaiono e tavolini che si muovono e fanno gridare al miracolo, mentre la furfanteria dei suoi profeti (i cosiddetti medium) le ha attirato un discredito universale.
Tuttavia lo spiritualismo, inteso come la fede in una vita dopo la morte vista come la continuazione di questa vita, gode di grande fortuna perché, malgrado i medium, propone l’unica idea possibile di esistenza futura intelligibile all’uomo.

 “Che io possa morire combattendo per la  Fede sotto agli zoccoli dei cavalli dei guerrieri, perché chi è ucciso in battaglia vivrà di nuovo.” L’idea corrente che i martiri continuino a vivere dopo la morte ha origine da qui. I commentatori giocano sulle parole del Corano “Essi (i martiri) non sono morti, ma vivi” (III 179) e pongono queste anime fortunate nell’ingluvie di uccelli verdi che si nutrono di frutti e si dissetano alle acque del paradiso; mettono invece i cattivi e i dannati dentro a uccelli neri, che tracannano le acque bollenti dell’Inferno e quelle di scarico.
Per i greci, un corpo rimasto a lungo integro dopo la morte suggerisce anathema maranatha. Per i cristiani cattolici, invece, è il contrario (Boccaccio, IV.5 del ‘Vaso di basilico’).
Non vi è accordo fra i musulmani sulla lunghezza del Giorno del Giudizio, quando tutte le creature, messe in ordine dagli angeli, attenderanno il responso finale. La sua durata varia dai 40 anni ai 70,  ai 300 e addirittura ai 50.000. Eppure, il tempo occorrente per il processo in sé non è maggiore di quello necessario alla mungitura di una pecora o ‘all’intervallo fra la mungitura di due cammelle.’ Questo metro di giudizio applicato al Paradiso è molto terreno, ma in tutte le fedi, anche nello spiritualismo, il paradiso non è che una terra più o meno abbellita e la divinità non è che un’umanità più o meno perfezionata.

 I musulmani hanno un’idea pittoresca delle buone azioni. Essi pensano infatti che le opere virtuose si incarnino, assumendo forma umana, per allietare il loro autore nella tomba e per accoglierlo quando entrerà in paradiso. Questa idea è stata presa in prestito dagli zoroastriani, che sono altamente immaginativi. On Chinavad, il Ponte del Giudizio è diritto e misura trentasette pertiche di lunghezza  e 37 braccia di larghezza per i buoni. Per i cattivi, invece, esso è curvo e stretto come il filo di una spada. Alle persone virtuose apparirà una fanciulla dall’aspetto di ninfa che dirà loro: “Io sono la personificazione delle tue buone azioni!” All’Inferno, invece, portato dalla fetida corrente, emergerà un losco figuro dalla testa a forma di minareto, gli occhi rossi, il naso a becco, i denti grossi come pilastri, le zanne come lance e i capelli infestati di serpenti che dirà agli empi: “Io sono la personificazione delle tue cattive azioni!” Questa usanza di personificare tutto appartiene anche agli indù.
‘In verità gioiose saranno quel giorno le persone in Paradiso nelle loro occupazioni; coricati in angoli appartati sui letti matrimoniali con le loro mogli; in quel luogo essi avranno frutti e ogni altra cosa desiderata. “Pace!” Sarà la parola del Signore compassionevole.’ (Corano XXXVI.55-58, il famoso capitolo Ya Sin, che molti musulmani colti imparano a memoria).

 Oltre alle prove già citate che il paradiso musulmano non è interamente sensuale, posso aggiungere questa frase: “Nessuna anima wotteth what coolth of the eyes è riservato ai buoni come ricompensa delle loro azioni.” (Corano LXX.17). Il paradiso che il Sig. Palgrave definisce “un bordello senza fine in compagnia di quaranta concubine celestiali”, dove non si fa che mangiare, bere e copulare, era promesso agli uomini più semplici, quelli in grado di capire e apprezzare solo i piaceri della carne. Sarebbe una sciocchezza  parlare di gioie spirituali ai beduini, come lo sarebbe farlo con le persone più rozze delle nostre grandi città.
Il jannat al- na’im (Giardino delle delizie) è il quinto dei sette paradisi, interamente costituito di diamanti. I giardini delle delizie e il cumulo di benefici sono presi a prestito dal Talmud. Il paradiso di Maometto non è peggiore di quello di Dante e soltanto l’ignoranza o un pietoso  inganno possono indurre ad affermare che esso sia interamente sensuale. Per confutare questa asserzione è sufficiente questo verso: ‘La loro invocazione sarà “Gloria a te, o Allah!”, il loro saluto sarà “Pace!” e la conclusione delle loro invocazioni sarà: “Sia lode a Dio, Signore di tutte le creature!” (Corano, X, 10-11). E’ contemplata anche l’esistenza della condizione intellettuale, con un forte aumento della conoscenza. I musulmani, con maggiore logica dei cristiani, accolgono in paradiso anche gli animali.

 Molto saggiamente, i musulmani hanno un inferno caldo e un inverno freddo. Questo è chiamato zamharir (freddo intenso) o al-barahut, nome derivato da quello di un pozzo, allo stesso modo in cui il nome Geenna (in arabo Jahannam) è derivato da quello della gola, rovente come una fornace, che si trova a est di Gerusalemme. Per incutere terrore ai popoli che vivono in climi freddi è necessario parlare loro di un inferno ghiacciato, perché essi guarderebbero a un averno caldo come all’opportunità di avere carbone e candele gratis in eterno. In Islanda, infatti, prima che una bolla papale scioccamente lo vietasse, i missionari predicavano con saggezza proprio quel tipo di inferno.  Civiltà raggiunta da Baghdad al tempo in cui l’Europa, continente germanico, viveva nella barbarie.



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