L'Oriente islamico - www.richardandisabelburton.com

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   Questa città di palazzi e uffici governativi, hotel e padiglioni, moschee e università, chioschi e piazze, bazar e mercati, luoghi di ricreazione e frutteti, adorna del fascino pieno di grazia che l’architettura saracena aveva preso in prestito dai Bizantini, sorgeva lungo le rive del Dijlah, sotto un cielo meravigliosamente limpido e con un clima che da solo trasformava la vita in un kayf, un piacere semplice e tranquillo. Circondata da vasti sobborghi come Rusafah verso est e da villaggi come Baturaniah, caro alle persone dedite al piacere, mescolava i rumori della grande città con il brusio sommesso della preghiera, il cinguettio degli uccelli, la melodia dell’arpa e del liuto, il suono stridulo dei flauti, il canto ammaliatore della professionista Almah e le ballate dei menestrelli.
 
   La popolazione di Baghdad doveva essere immensa se pensiamo che un piccolo numero dei suoi figli, caduti vittima di Hulaku Khan nel 1258, era calcolato in ottocentomila secondo alcune fonti, nel doppio secondo altre altrettanto autorevoli, che hanno raddoppiato questo conto da macellaio. Il sistema politico e amministrativo erano straordinari. I tributi e le imposte erano equamente distribuiti e controllati personalmente dal Califfo. Una rete di corsi d’acqua navigabili e di canali d’irrigazione, un grandioso sistema di strade
 
importanti, con viadotti, ponti, caravanserragli e un servizio postale di corrieri a cavallo permettevano di convogliare e raccogliere qui, come in un serbatoio, le ricchezze del resto del mondo. L’educazione era su vasta scala e grosse somme, di provenienza pubblica e privata, erano destinate alle moschee, che l’ammirevole ordinamento dell’islam prevedeva ospitassero le scuole. Queste avevano professori provenienti da diversi paesi, dal Khorasan al Marocco. Librerie immense attiravano studiosi da tutte le nazioni.
 
   Per i poeti, i panegiristi, i coranisti, i letterati, i predicatori, i retori, i medici e gli scienziati era un periodo d’oro. Oltre a ricevere alti salari e doni favolosi, essi erano trattati con gli onori riservati ai mandarini cinesi. Anche i  musulmani di umili origini – come i pescatori o gli artigiani -  potevano aspirare, acquisendo sapienza e savoir faire, ai più alti incarichi dell’Impero. Il risultato ottenuto dall’innesto di gemme egiziane, mesopotamiche, persiane e greco-latine, ormai deteriorate dal tempo, nel giovane fusto del genio arabo fu, come sempre accade con operazioni di questo tipo, una pianta di eccezionale vitalità.
 
   Le discipline più importanti per la classe dirigente del mondo islamico erano tre: la teologia, il diritto civile e le belle lettere. Una moltitudine di consiglieri ben addestrati aiutava chi era al potere a costruire e a rafforzare la complessa macchina governativa, accentrata e decentrata allo stesso tempo, spesso dispotica con i potenti e attenta agli interessi degli umili ligi, secondo il beau idéal dell’amministrazione orientale. Sotto al governo dei Cancellieri dell’Impero, i Kazi amministravano la giustizia civile e penale e mantenevano l’ordine pubblico. Anche il suddito più povero, musulmano o miscredente che fosse, poteva chiedere di essere ricevuto dal Califfo. Questi, oltre che Imam della fede, era anche Alto Presidente della Corte di Cassazione.
 
   Con un’amministrazione così saggia, l’agricoltura e il commercio, i due pilastri della prosperità di una nazione, erano floridi. La rete di canalizzazione e il sistema di irrigazione, ereditato dagli antichi, avevano fatto della valle della Mesopotamia una rivale di Kemi, la Terra Nera, e reso le coltivazioni una fonte sicura di profitto, a differenza di quanto succedeva in precedenza quando si faceva affidamento solo sulla pioggia incostante. I resti di alcune miniere estese stanno a testimoniare come anche questa sorgente di ricchezza non venisse trascurata. Le leggi sulla navigazione favorivano il transito delle navi e il traffico via mare e le leggi sulla pesca miravano a sviluppare questa attività. Da tutte le parti del mondo si riversava nel paese un fiume d’oro, che dava incremento al commercio, all’industria e all’artigianato. Una corte così
 
sfarzosa e una civiltà così raffinata necessitavano di sempre nuove forme di arti e mestieri. Questi erano organizzati in corporazioni professionali e finanziarie, ognuna delle quali aveva un capo che ‘non governava troppo’. Le associazioni dei mestieri erano guidate dai vari Shabandars, Mukaddams e Nakibsi che premiavano i laboriosi, punivano i disonesti e rispondevano personalmente della condotta dei loro iscritti, come avviene ancora oggi al Cairo.
 
L’ordine pubblico, conditio sine qua non della stabilità e del progresso di una società, era garantito dalla soddisfazione dei ligi i quali, nonostante la loro caratteristica turbolenza, non avevano motivo di lamentarsi; da una polizia efficiente e ben organizzata; da un’arte di governare e un’abilità politica che
 
l’Occidente non è riuscito a perfezionare. In Oriente, tuttavia, il Wali o Commissario capo può contare sull’aiuto spontaneo e gratuito dei sudditi. Le città sono suddivise in quartieri, che di notte sono chiusi e non permettono il passaggio dall’uno all’altro. Ogni musulmano è tenuto dalla religione a sorvegliare i vicini e a riportare i loro misfatti. In caso di necessità, egli deve incaricarsi di far rispettare la legge, applicando il codice penale. Nei casi più difficili, i guardiani della pace erano assistiti da un corpo di detectives privati, chiamati Tawwabun, Penitenti perchè, come i Bow street runners inglesi, avevano rinunciato a un’altra occupazione assai meno rispettabile. Le loro avventure continuano ancora oggi a deliziare il volgo, come facevano in passato quelle del calendario di Newgate.  A questo proposito, la letteratura picaresca, nata in Spagna ed estesasi poi in tutta Europa, ha avuto la stessa origine. Noi siamo debitori a questa categoria di persone di alcune delle storie delle Notti, che sono la migliore testimonianza della civiltà raggiunta da Baghdad al tempo in cui l’Europa, continente germanico, viveva nella barbarie.
 
 
 
RELIGIONE  E  FEDE
 
 
   Prima di dare informazioni sull’azione della religione di stato sul governo, sulla condizione dell’Islam durante il regno di Al-Rashid, sul suo allontanamento graduale dal credo originale e sui suoi rapporti con il cristianesimo, è giusto che io dichiari il mio punto di vista sulla religione. Tutte le forme di fede e di credenze in cose invisibili, non soggette ai sensi e quindi inconoscibili, sono temporanee e transitorie. Nessuna religione ha alcuna speranza di essere definitiva, ma soltanto provvisoria e circoscritta. Le idee religiose, necessariamente limitate, conservano tutt’oggi i segni della loro origine; esse possono essere tutte ricondotte alla valle del Nilo, antica sede di fede e scienza, di arte e politica. Tutte le cosiddette religioni rivelate sono costituite essenzialmente di tre parti: una cosmogonia più o meno mitica, una storia più o meno falsificata e un codice morale più o meno puro.  
 
   E’ stato detto che l’Islam è una fede combattiva, che manifesta il suo lato migliore sul campo. Il lusso eccessivo, consentito dalla grande ricchezza, la dissolutezza e i vizi nati con la facilità con cui cresce l’erbaccia in un terreno incolto, i modi di vedere cosmopoliti che si sviluppano nel luogo d’incontro di diverse popolazioni, erano tentazioni troppo forti per la primitiva semplicità della ‘Religione della Rassegnazione’ - la fede salvifica. Haroun e la sua moglie-cugina, come è stato dimostrato, erano ortodossi e perfino fanatici; ma i Barmecidi erano sospettati di inclinazioni eretiche e mentre la massa si mostrava violenta e pronta a dar battaglia se chiamata dal muezzin, le persone istruite, che prima o poi agiscono da lievito sulle masse erano profondamente insoddisfatte  dell’aridità e dell’asciuttezza del credo di Maometto, così bene accetto al volgo, e idearono una serie di scismi e innovazioni.
 
   Nella storia di Tawaddud, il lettore può vedere che il Credo, a parte qualche piccola differenza, ha in comune con le altre tre chiese ortodosse un’ampia parte del  catechismo, le cerimonie religiose (Mahzab) e le pratiche apostoliche (Sunnat) della scuola Shafi. L’Europa sembra aver dimenticato che in passato il suo bigottismo la spingeva ad atteggiamenti irrispettosi e intolleranti, come quella di usare i nomi Maumet (un idolo!) e Mahommerie, luogo di adorazione dei musulmani. Oggi gli uomini colti non parlano più, come Ockley, di ‘ quel grande impostore di Maometto’ né credono, come il dotto e violento Dr. Prideaux, che egli fosse stolto e malvagio al punto di impadronirsi dell’eredità ‘di alcuni poveri orfani, figli di un artigiano di basso ceto’ (il Banu Najar!).
 
   Uno stuolo di libri ha cercato, con scarso successo, di illuminare la mente degli incolti su di un punto cruciale: il fondatore dell’Islam, come il fondatore del Cristianesimo, non ebbe mai la pretesa di creare una nuova religione. La sua intenzione era quella di liberare la Scuola di Nazaret dalle scorie accumulate nei secoli e dai numerosi abusi che ne avevano contagiato la prima costituzione. Un osservatore scevro da pregiudizi può vedere come questa riforma abbia riportato la religione vicina alla dottrina originaria, più di quanto abbiano fatto i tentativi successivi, in particolare quelli delle cosiddette chiese protestanti dalle tendenze giudeizzanti.
 
   L’apostolo della Mecca aveva predicato che la Hanafiyah o credo ortodosso, da lui successivamente chiamato Islam, era stato in origine insegnato da Allah, in tutta la sua purezza e perfezione, ad Adamo e affidato a certi libri ispirati, che sono andati persi. Questa prima Sacra Scrittura ricevette aggiunte al tempo dei discendenti Shis (Seth) e Idris (Enoch?), il fondatore della fede Sabian.
 
 
I musulmani, tuttavia, a differenza degli ebrei e dei cristiani hanno evitato di formulare l’ipotesi secondo la quale il ‘primo uomo’ si situerebbe circa nel 4000 a.C. e comunque dopo la costruzione delle Piramidi: un errore ingiurioso per la scienza e il progresso. Le razze pre-adamiche e le dinastie musulmane provvedono a rimuovere questo impedimento, facilitando la visione antropologica dei nostri giorni.
 
   Quando la religione adamita ebbe bisogno di essere restaurata e integrata, la sua virtù originaria venne ravvivata e sviluppata dai libri trasmessi ad Abramo, la cui legge prese il posto di quella dell’ebreo Noè e della sua noachide. Poi, la Torah o Pentateuco prese il posto della legge di Abramo e la annullò; quindi lo Zabur di Davide (un libro non limitato ai Salmi) riformò la  Torah. Successivamente l’Evangelo riformò lo Zabur e infine il Corano, che significa Lettura pubblica o Racconto, purificò, rinvigorì e perfezionò l’Evangelo.
 
   Locke, come molti altri, considera i musulmani come dei cristiani non ortodossi e antitrinitari, che credono nell’Immacolata Concezione, nell’Ascensione e nella missione divina di Gesù, dato che essi affermano che ‘Gesù è stato mandato da Dio’. Riguardo al punto della dottrina connesso con la divinità, essi sono ariani, in opposizione ai seguaci di Atanasio. La storia dimostra che la dottrina ariana, condannata formalmente dal Concilio di Nicea nel 325 d.C., si propagò in Oriente, partendo dall’Europa dell’Est, dove Ulphilas convertì i Goti. Si estese poi in Africa con i Vandali ed ebbe anche un martire, Serveto, fatto bruciare nel 1553 da Calvino, (considerato un pederasta dagli incolti cattolici inglesi), per aver pubblicato un trattato ariano. Ancora oggi, questa dottrina è tutt’altro che morta.
 
   I viaggi, le conversazioni con gli amici ebrei e cristiani, la conoscenza del  Talmud, risalente a un secolo prima e dell’Evangelo, che era stato tradotto in arabo, devono aver convinto Maometto che il Cristianesimo aveva bisogno di essere riformato, come ne aveva avuto bisogno l’ebraismo.
 
 
Il trinitarismo esagerato, o meglio, il triteismo, insieme all’adorazione dei Santi, avevano virtualmente detronizzato la divinità. L’adorazione di Maria aveva fatto diventare la fede una religio muliebris e la superstizione, sempre orrendamente feconda, aveva dato origine a un numero incredibile di eresie e di assurdità mostruose. Gli stessi scrittori ecclesiastici hanno tracciato un quadro cupo della chiesa cristiana nel quarto e settimo secolo e uno di essi scrisse che “il Regno dei Cieli era diventato un Inferno”. L’Egitto, devastato da sanguinose guerre di religione fra greci e copti, si era riempito di eremi di gens aeterna, persone rese semi-maniacali dalla propria superstizione. La Siria, da sempre terreno fertile per le eresie, aveva permesso che molte delle sue regioni più belle diventassero proprietà esclusiva di conventi e monasteri.
 
   Dopo molti aggiustamenti, Maometto sembra aver costruito il suo edificio religioso su due basi: l’unità della divinità e il sacerdozio del capofamiglia. Egli ha completamente abolito il sacerdos alter Christus che rappresenta, come qualcuno ha acutamente affermato, il tratto migliore della cristianità ma che costituisce anche il suo punto debole. La famiglia musulmana, per quanto umile, è un modello in miniatura dello stato. Ogni capofamiglia è prete e pontefice nella propria casa e ha la facoltà di sposare se stesso, di circoncidere i propri figli, di istruirli nella legge coranica e persino di provvedere, secondo le dovute regole, ai propri funerali. La religione islamica non prevede veri e propri rituali e le preghiere canoniche sono quelle recitate insieme da gruppi di individui riuniti a tale scopo. Le uniche istituzioni che somigliano a un ordine sacerdotale ufficiale sono quelle degli Ulema, gli studiosi della legge e dei Mullah, i docenti. Abolendo il sacerdozio, Maometto ha riconciliato la saggezza antica con quella moderna. Nell’antichità, infatti, Catone diceva: ‘Scito dominum pro tota familia rem devinam facere.’ Oggi, la Scuola Razionalistica moderna dice: ‘Nessun prete alla nascita, nessun prete al matrimonio, nessun prete alla morte’.
 
 
  L’apostolo della Mecca ha saggiamente deciso di mantenere e rendere obbligatorie la circoncisione e le abluzioni rituali, che erano già presenti nella legge di Mosè e di prescrivere le cinque preghiere giornaliere, che servono a distogliere i pensieri dalle cose del mondo e a mantenere puro il corpo. Queste due pratiche erano state seguite per tutta la vita anche dal fondatore della cristianità, ma i suoi seguaci, che non lo avevano mai visto, le hanno abolite per fini politici e propagandistici. Essi hanno ignorato il precetto che pulizia è sinonimo di religiosità e hanno aperto la strada a santi come Simone lo Stilita e Sabba che, come alcuni asceti indù degli ordini inferiori, consideravano lo sporco connaturale alla devozione. Ancora oggi i preti italiani proibiscono alle ragazze inglesi cattoliche di fare bagni troppo frequenti, perché li considerano un veicolo di lussuria.    
 
   Maometto avrebbe accettato il contenuto del Sermone della Montagna molto più prontamente di quanto abbiano fatto gli ebrei, dai quali esso è stato preso a prestito. Egli abolì l’uso del vino, che in oriente significa soltanto abuso; condannò il gioco d’azzardo, sapendo che gli uomini che vivono nei climi subtropicali sono facilmente eccitabili e incapaci di giocare con pazienza, onestà e moderazione; stabilì l’obbligo per ogni credente di devolvere una parte del guadagno in carità e fu il primo a fissare una percentuale per i poveri (Zakat). Evitò in questo modo la vergogna e lo scandalo della mendicità presente nei paesi cattolici dell’Europa meridionale, nella Siria e nell’Oriente cristiani. Con questi provvedimenti, egli rese la vita del musulmano pulita, moderata e temperata.
 
   Maometto, grande intelletto del suo tempo, trasse dall’ispirazione divina un potere profetico, non distinguibile da quello dei profeti ebrei. Il suo intuito e la sua giusta visione degli avvenimenti esterni, lo portarono a capire che le riforme esteriori sono cose senza valore se paragonate all’importanza di elevare l’animo dell’uomo. Nella ‘Fede più pura’, che egli aveva l’incarico di abrogare, egli riscontrò due difetti: l’egoismo e l’umiliazione dell’umanità, che sarebbero stati fatali alla sua vitalità e alla sua longevità.  
 
 
   Per questo c’era bisogno di una Legge Superiore, non solo del ‘pleroma’. L’ebraismo aveva promesso al buon ebreo ogni sorta di benefici temporali: riuscita, ricchezze, benessere, onori, potere, vita lunga. Il cristianesimo aveva offerto al buon cristiano la salvezza personale e uno stato futuro di felicità come ricompensa per una vita devota; in pratica, il paradiso in alternativa alle pene dell’inferno. Esso non giunse mai alle vette dei bramini indù né di Lao-Tse, l’Antico Maestro o di Zeno lo Stoico e dei suoi discepoli e neppure a quelle dei nobili farisei, che sostenevano che la pratica della virtù contenesse in se stessa la propria ricompensa. Non osò mai dire: “Fai il bene per amore del bene”, né dichiarare, come Cicerone : ‘La conclusione di tutto è che ciò che è giusto dovrebbe essere fatto perché è giusto e non perché qualcuno ordina di farlo.’ Non giunse ad affermare, come Filo il Giudeo: ‘L’uomo buono cerca il giorno per amore del giorno, la luce per amore della luce; egli si sforza di fare il bene per amore del bene e per nessun altro motivo.’ Il tema principale del cristianesimo, per via del suo egotismo, ingenuità e incoscienza, rimane: “Fai il bene per sfuggire all’inferno e guadagnare il paradiso.”
 
   Un difetto non piccolo della Scuola di Galilea è la sua scarsa considerazione della natura umana. Per quanto riguarda la caduta, il cristianesimo sembra compiacersi della condizione disprezzabile in cui il peccato originale ha gettato l’uomo, condannandolo a strisciare davanti a Dio ad maiorem Dei gloria. Sulla dottrina della caduta e sulla possibilità di prevenirla, l’eretico Marcion ha scritto: “Se ne aveva la volontà, la Divinità ha mancato di bontà;  se non l’ha prevista, ha mancato di preveggenza; se non l’ha impedita, ha mancato di potere.” Ancora oggi, secondo gli ortodossi, i bambini cristiani morti senza battesimo non sono ammessi a un'esistenza superiore ed è stato persino creato un limbo per questi innocenti, ‘dei quali è il regno dei Cieli.’ Edwin Arnold ha scritto:
 
 
 
         Non posso credere, mio Signore, che  veniamo sulla terra già condannati,
 
         con i semi del male cuciti a filo doppio sin dalla nostra nascita.
 
 
Ci chiediamo: possono la follia o l’ipocrisia – perché dev’essere per forza una delle due – essere più grandi?
 
 
 
   Il mito di Adamo va contro tutti gli studi moderni. Più scaviamo in profondità la crosta  terrestre, più i resti di scheletri umani che troviamo appartengono a un livello primitivo. Nessun ritrovamento ha contribuito sinora a rinverdire le glorie di:
 
 
Adamo, alla nascita il più buono degli uomini
 
suoi figli, Eva la più buona delle figlie.
 
 
Il cristianesimo, come l’ebraismo, ammette santi e santoni, ma ignora completamente il progresso dell’umanità, l’unico credo dal quale l’uomo saggio può trarre soddisfazione. Entrambe queste religioni propongono un essere originariamente perfetto, dai riccioli intrecciati con giacinti, i cui discendenti sono fisicamente e moralmente degradati. Ma noi sappiamo, grazie alle nostre conoscenze, che l’uomo primitivo era un selvaggio di poco superiore alla bestia e che, dall’epoca della sua comparsa sulla terra, avvenuta milioni di anni fa, c’è stato un progressivo avanzamento verso la perfezione. Se paragoniamo un uomo del XIX secolo a un uomo delle caverne, possiamo  misurare il progresso fatto e siamo anche in grado di formulare ipotesi sul futuro. Coloro che non sono d’accordo sul fatto che i moderni europei sono superiori agli antichi fanno paragoni con uomini di tremila anni fa, non di 30.000 o 300.000.       
 
   Maometto non raggiunse mai le altezze morali degli antichi saggi, non fece nulla per diminuire la tendenza egotistica del cristianesimo, anzi, accentuò i piaceri del Paradiso e gli orrori dell’Inferno. Fece invece molto per esaltare la natura umana. Sorvolò sulla caduta e fece gli uomini simili agli angeli, incoraggiò i suoi simili ad essere buoni e generosi, puntando sul loro lato più nobile. Riconobbe la perfettibilità dell’uomo e della donna e nel proporre il suo alto ideale, egli si richiamò inconsciamente al motto degli antichi cavalieri: Honneur oblige. I suoi profeti erano per la maggior parte uomini irreprensibili; e se il ‘Puro di Allah’ peccò, egli ‘peccò contro se stesso.’ Maometto attribuì ad Allah anche il potere di predeterminare la fortuna degli Imperi e il destino dei singoli individui e in questo modo instillò simpatia e tolleranza verso gli altri, segno di umanità vera, e una accettazione piena di fierezza della buona e della cattiva sorte.   Anche un viaggiatore cieco può notare quanta dignità, moderazione, forza d’animo e autocontrollo abbiano i musulmani del volgo, doti che sono abbastanza rare fra i seguaci del ‘credo più puro’.
 
   Gli storici cristiani spiegano in diversi modi la prodigiosa ascesa dell’Islam e la sua mirabile diffusione non solo fra i pagani e gli idolatri, ma anche fra i  cristiani. Prideaux suggerisce che essa “sembra essere stata suscitata da Dio stesso, per dare una sferzata alla chiesa cristiana, che non viveva più secondo i sacri principi della religione.” La spiegazione popolare attribuisce questa diffusione a un uso disinvolto della spada, ma questa interpretazione è frutto dell’ignoranza. Al tempo di Maometto e nei primi anni dell’Islam, soltanto i combattenti veri e propri venivano uccisi. Agli altri veniva concesso di pagare la Giziah, cioè una tassa sulla persona. In questo modo si diventava tributari dello stato e si godeva di quasi tutti i privilegi dei musulmani. Ma anche se le conversioni forzate fossero state più  diffuse, esse non spiegherebbero lo sviluppo formidabile di un impero che in ottant’anni si è allargato più di quanto abbia fatto quello romano in ottocento.
 
   In un periodo relativamente breve e malgrado le continue faide, questa religione monoteista ha cementato le tribù arabe disperse, raggruppandole in una potente nazione. Dopo aver conquistato la Siria e la Persia, sottomesso l’Egitto e umiliato i Greco Romani, la  Fede si propagò in tutta l’Africa del Nord fino all’Atlantico. Nel giro di tre generazioni il cristianesimo scomparve nono solo dalla terra del Nilo e dalla Siria, culla del Nazareno, ma anche dalla Mesopotamia, nonostante fosse protetto da quel che rimaneva dell’Impero bizantino. Questa regione, che aveva respinto il culto idolatra di Roma imperiale e accettato tiepidamente il cristianesimo ariano importato dai Vandali con il ‘mistero niceno della Trinità’, salutò con entusiasmo la dottrina del Corano e, da allora, non ha mai cessato di praticarla.
 
   L’islamismo ha ridotto di colpo di un terzo l’estensione dei paesi cristiani. Dopo le invasioni saracene o turche, interi popoli cristiani hanno abbracciato la nuova fede. E il nuovo credo non è stato soppresso in alcuna delle terre in cui si è affermato, se non in Spagna e in Sicilia, e non vi sono state defezioni. Ancora oggi l’islamismo continua a diffondersi senza l’uso della spada in ampie zone della Cina, dell’Arcipelago indiano e dell’Asia centrale e occidentale. Mentre il cristianesimo non fa progressi e non può sopravvivere senza il forte sostegno dei governi, l’Islam, diffuso da persone autodidatte e da viaggiatori di commercio, continua a propagarsi. L’accoglienza favorevole che riceve non si può spiegare solo con le lusinghe della poligamia, l’attrattiva del concubinaggio, la schiavitù, un Paradiso interamente sensuale in cui si è dediti al mangiare, al bere e ai piaceri del sesto senso. L’Islam, al contrario, è un’istituzione dalla morale rigorosa, fra le più austere che esistano.
 
   La spiegazione più semplice è che vi fosse grande attesa di una riforma del cristianesimo, che questa nuova fede appagasse la gente più del credo che rimpiazzava e che non abbia mai cessato di essere adeguata ai suoi bisogni fondamentali sia sociali che sessuali. Come osserva il Dr. Leitner, orientalista di grande esperienza: “La religione musulmana si è adattata meglio di qualsiasi altra alle circostanze, ai bisogni delle varie razze che la professano e allo spirito dell’epoca.”
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