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Medina e la Tomba del Profeta

   Ci alzavamo all’alba, facevamo il bagno, recitavamo la preghiera e mangiavamo una crosta di pane secco per rompere il digiuno, prima di fumare la pipa e bere una tazza di caffè. Poi ci vestivamo, salivamo sui cammelli e andavamo al santuario o a visitare uno dei luoghi sacri nei dintorni della città. Eravamo di ritorno prima che il calore del sole diventasse insopportabile, ci sedevamo tutti insieme e facevamo passare il tempo conversando, fumando gli shisha e il chibuk, bevendo caffè e acqua fresca profumata al fumo di mastich. Alle 11 dalla cucina al secondo piano arrivava l’‘Ariston’, un pasto che qui è chiamato Al-Ghada. Ci sedevamo attorno al grande vassoio di rame su cui era servito e, dopo aver pronunciato la parola bismillah per ringraziare, cominciavamo a immergere le mani nel cibo. Il pasto consisteva in diversi tipi di stufati di carne e verdure accompagnati da pane azzimo. Poi mangiavamo del riso con il cucchiaio e terminavamo il pasto con datteri freschi, uva e melagrane.
A fine pasto, mi allontanavo con la scusa della kaylulah, la siesta, o del sawdawi, il mio temperamento malinconico, andavo a stendere una stuoia nel corridoio buio e sonnecchiavo o mi mettevo a fumare, a leggere o a scrivere en cachette e en désabillé completo, fino al tramonto.

   Qualche volta venivano a farmi visita Omar Effendi o Sa’ad il Demonio, con i quali continuavo ad avere rapporti e che restavano con me fino alle preghiere della sera, recitate in casa o allo harim. Quindi veniva servita la cena detta asha o deipnon, un pasto sostanzioso e abbondante quanto il pranzo, che si concludeva con le pipe e il caffè.
 A volte, ci gettavamo un nabbut sulle spalle e andavamo a passare la soirée al caffè. Altre volte, in occasione di festività, ci concedevamo il lusso di un taatumah o itmiyah, una cena con i dolci, le melagrane e la frutta secca, che durava fino a tarda ora, ma più spesso ci sedevamo davanti alla casa di Hamid a ricevere visite, a chiacchierare e raccontarci storie in allegria fino a quando non venivamo colti dal sonno. Allora ci mettevamo a dormire lì dove ci trovavamo, anche se i cani e i cavalli ci svegliavano più volte con le loro rumorose battaglie notturne.             
Ci siamo preparati alla santa visita effettuando la grande purificazione, vestendoci di bianco, il colore amato dall’Apostolo, e usando lo stuzzicadenti, come richiesto. Il piede continuava a farmi male, perciò lo sceicco Hamid mi ha procurato un asino, un animale in misere condizioni, con la schiena escoriata, una gamba zoppicante e un orecchio solo. La bardatura consisteva in un basto senza staffe e una cavezza al posto delle briglie e faceva il paio con il suo aspetto. Tuttavia, ho dovuto fare buon viso a cattivo gioco e montare in groppa. Attraversando la porta Misri ho provocato la meraviglia di alcuni beduini che, come gli indiani, disprezzano l’asino.

       “Honourable is the riding of a horse to the rider,
        But the mule is a dishonour, and the donkey a disgrace”
        Traduzione “Dignitoso è cavalcare un cavallo,
        disonorevole cavalcare un mulo, disgrazia cavalcare un asino.”

dice infatti una loro canzone. Pensavano che io fossi un Osmanli, quindi non in grado di comprendere l’arabo e li ho sentiti commentare: “Per quale maledizione di Allah siamo asserviti a dei montatori di asini?”   Lo sceicco Hamid ci ha spiegato che la Masjid Al-Nabawi o moschea del Profeta è un Haramain, uno dei due santuari dell’Islam, il secondo dei tre luoghi di adorazione più venerati al mondo. Gli altri due sono la Masjid al-Harim, alla Mecca, che secondo la tradizione risale ad Abramo e la Masjid al-Aksa di Gerusalemme, che ricorda il tempio di Salomone. Secondo un detto di Maometto, una preghiera in questa moschea ha più valore che in mille altri posti, salvo che nel Masjid al-Harim. A Medina il pellegrino deve recarsi al Santuario cinque volte per diem e, se può, deve passarvi tutto il giorno e la notte a leggere il Corano, a vegliare e a pregare.
 
   La visita al Masjid al.Nabawi, e ai luoghi sacri è detta Ziarat o Visitazione. La differenza fra questo rito e lo Haji, il pellegrinaggio, è che quest’ultimo deve essere compiuto obbligatoriamente almeno una volta nella vita, mentre la visitazione è considerata solo un’azione meritoria. Così hanno stabilito i sapienti e i religiosi. Ma gli uomini, soprattutto in Oriente, vanno sempre agli estremi. La scuola ortodossa di al-Malik considera Medina più onorabile della Mecca, a causa della santità della tomba di Maometto e dei benefici religiosi che ne derivano. Qualcuno afferma che l’Apostolo preferisse questo suo rifugio, benedicendolo come Abramo ha fatto con la Mecca. Gli Wahabiti, invece, che rinviano l’intercessione dell’Apostolo al giorno del Giudizio, considerano la tomba di un semplice mortale indegna di attenzione, sono disgustati dall’idolatria manifestata da certi musulmani sciocchi, hanno saccheggiato l’edificio sacro con violenza sacrilega e hanno proibito ai visitatori provenienti da contrade lontane di entrare a Medina.          
 L’opinione generale mondiale, tuttavia, ammette la superiorità della Bait Allah, la Casa di Dio della Mecca e dichiara la città di Medina, nel suo insieme, più venerabile di ogni parte della città della Mecca. Questo mi sembra un juste milieu verso gli abitanti di entrambi i posti.  

   I dintorni della moschea, a cui siamo giunti dopo aver percorso strade fangose per l’acqua spruzzata la sera precedente, sono pieni di costruzioni ignobili sorte a ridosso del sacro recinto. La moschea non ha facciata né prospettiva perciò, come edificio, manca di bellezza e di dignità. Anche l’interno di questo luogo venerato in tutto il mondo musulmano, al quale si accede attraverso la Bab al-Rahmah, la Porta della Misericordia, dopo aver salito alcuni gradini, ha un aspetto meschino e di cattivo gusto. A differenza del Tempio della Mecca, semplice e grandioso, non è l’espressione di un’unica idea sublime, somiglia più a un museo d’arte di second’ordine, pieno di oggetti curiosi e di ornamenti estranei, decorato con misero splendore.   
 
   Il Masjid al-Nabi è un parallelogramma di circa quattrocentoventi piedi di lunghezza e trecentoquaranta di larghezza, con i lunghi muri laterali in direzione nord sud. È un ipetro con una spaziosa zona centrale detta al-Sahn, al-Hosh, al-Haswah o al-Ramlah, circondata da un peristilio con diverse file di colonne come quelle di un chiostro italiano. Il soffitto è piatto e nello spazio fra le colonne ci sono delle piccole cupole a forma di mezza arancia, media naranja, come quelle che si vedono in Spagna. I portici sono divisi in quattro parti da stretti passaggi, il cui livello è di tre o quattro gradini più basso del pavimento. All’interno del muro settentrionale corre il portico di Majidi Riwak, dal nome del sovrano di allora; quello lungo il muro occidentale si chiama Riwak della porta di Rahman; quello lungo il muro orientale del Bab al-Nisa, cioè dell’Entrata delle Donne. Il colonnato principale, più profondo e con almeno tre volte il numero di colonne degli altri, è quello che costeggia il muro meridionale ed è chiamato al-Rauzah, il Giardino. Esso racchiude l’abato, ovvero ciò che l’edificio ha di più venerabile. Questi quattro riwak, che all’esterno hanno la forma di arcate, appoggiano all’interno su dei pilastri di forma e materiali diversi che vanno dall’elegante porfido al comune gesso. L’area del sepolcro, a sud, è pavimentata con delle belle lastre di marmo bianco e con dei mosaici, coperti qua e là da stuoie, sulle quali sono stesi dei  tappeti sporchi e di qualità scadente, logorati dai piedi dei fedeli.

   Con un colpetto di gomito lo sceicco Hamid mi ha avvertito che non era il momento di soffermarsi sulle bellezze artistiche del luogo, il tafarruj, e che erano ben altre le cose che ci si aspettava da uno zair, un visitatore. Mi ha guidato alla Bab al-Salam, la Porta del Saluto, facendosi largo a fatica fra schiere di mendicanti. Si è informato in modo insistente se ero religiosamente puro, poi, con il palmo della mano destra appoggiato sul dorso della sinistra e tutte e due le mani leggermente a sinistra sotto la cintura, nella posizione di preghiera, siamo entrati nella moschea con il piede destro. Abbiamo camminato lentamente verso la Muwajihat al-Sharifah o Porta Illustre che corre parallela alla parete meridionale, come una navata. Lo sceicco camminava alla mia destra, recitando la seguente preghiera: “Nel nome di Allah e nella fede del suo Profeta! O Signore, aiutami ad immettermi sul Sentiero della Verità, permettimi di volgermi verso di Te e fammi diventare un Sultano Vittorioso!” Poi, dopo le benedizioni all’Apostolo: “O Allah! Aprimi le Porte della tua Misericordia e permettimi di entrarvi. Proteggimi dall’Odiato Demonio!”
Mentre recitavamo queste preghiere, avevamo attraversato i due terzi della Muwajihat al-Sharifah. Alla nostra sinistra c’era un muretto decorato di arabeschi, a cui erano appoggiate diverse piccole costruzioni, con quattro piccole porte che davano sul Muwajiat, due nicchie dette Mihrab Sulaymani, un mambar o pulpito, e il Mihrab al-Nabawi.
 
   Le due nicchie erano ricoperte di splendidi mosaici con intarsi di marmi di colori diversi. Il pulpito era delimitato da una serie di sottili colonne elegantemente intagliate e recanti iscrizioni mirabilmente scolpite. Poi, attraverso/dalla porta più occidentale, sono entrato nel celebre al-Rauzah, citato in un detto dell’Apostolo: “Fra la mia Tomba e il mio Pulpito c’è il Giardino dei Giardini del Paradiso.” Vi sono entrato in compagnia del mio Muzawwit, che mi ha fatto mettere in modo che avessi il Mukabbariyah dietro di me, la Mecca di fronte e la spalla destra davanti alla colonna di destra del Pulpito. Ho detto le preghiere del pomeriggio, ho fatto i due inchini abituali in onore del tempio, poi ho recitato i versetti 109 e 112 del Corano – il “Kul, ya ayyuha’l- Kafiruna” e la “Surat al Ikhlas”, detta anche “Kul, Huw’ Allah” o dichiarazione di Unità. Quest’ultima dice: “Confessa, egli è l’unico Dio! Il Dio eterno! Egli non genera e non è stato generato! Egli non ha Eguale!” Poi abbiamo eseguito/effettuato una sola volta la Sujdah, la prostrazione di Ringraziamento ad Allah, che per volere del destino, ha fatto in modo che io visitassi questo luogo sacro.
Ai mendicanti, che evidentemente consideravano il momento propizio per chiedere l’elemosina, indicavo il mio assistente, a cui avevo dato due dollari da distribuire, e accompagnavo il gesto rovesciandomi le tasche, per indicare che erano vuote. E mentre lui se la sbrigava con loro, io sono andato a gettare un primo coup d’oeil al Rauzah, il Giardino.

   Il Rauzah è la parte più elaborata della moschea, ma anche la meno degna di lodi. Misurava circa ottanta piedi di lunghezza ed era decorato in modo da assomigliare a un giardino, con il pavimento coperto di tappeti fioriti e le mattonelle verde chiaro degli spazi fra le colonne ornate fino a altezza d’uomo di arabeschi vegetali di cattivo gusto. I bei candelabri di cristallo, che snaturavano l’ambiente, secondo me erano stati fatti a Londra, poi venduti al pascià d’Egitto Abbas e da lui donati al santuario. L’unica cosa degna di ammirazione era la luce che filtrava dai vetri colorati delle finestre a sud. Da lontano, l’inferriata della tomba, uno splendido lavoro in filigrana di ottone rivestito d’oro, suggeriva l’idea di una gigantesca gabbia di uccelli, ma da vicino si faceva apprezzare di più. Di notte, il giardino era illuminato da lampade a olio appese al soffitto e da enormi candele di cera, che diffondevano la loro luce sulla moltitudine dei fedeli vestiti a festa e seduti dietro le file degli uomini più nobili e ricchi della città. Ma se non si era profondamente imbevuti dello spirito orientale, l’ultima cosa che il Rauzah ricordava era proprio un giardino, anche se quello era l’aspetto che l’architetto aveva voluto dargli.
Ho nuovamente assunto la posizione di preghiera e mi sono rimesso in cammino con Hamid, che aveva un contegno professionalmente solenne. Dopo aver varcato un’altra piccola porta nel muro basso che circondava il Muwajiah, ci siamo diretti verso il muro orientale del Tempio, mentre continuavamo a ripetere: “In verità, Allah e i Suoi Angeli benedicano l’Apostolo! O voi che credete, beneditelo e onoratelo!” Alla fine della preghiera, siamo arrivati al Mausoleo, che richiede qualche descrizione perché il lettore possa comprendere la natura dei riti che vi abbiamo celebrato.

   La Hujrah, così chiamata per essere stata la camera di Aishah, ha la forma di un quadrato irregolare di una cinquantina di piedi di lato e si trova nell’angolo sud est dell’edificio. È separata dai muri della moschea da un passaggio di ventisei piedi a sud e venti a est. Il motivo di questo isolamento è stato già spiegato ed è contenuto nel detto di Maometto: “O Allah! Fai che la mia tomba non diventi mai oggetto di adorazione idolatrica! Che la collera di Allah possa ricadere su coloro che trasformano le tombe dei loro Profeti in luoghi di preghiera!”
 Si pensa che al suo interno ci siano tre tombe orientate a sud, circondate da muri di pietra senza aperture o da grosse tavole di legno. Qualunque sia il materiale, esso è ricoperto da una tenda come quella dei letti a baldacchino. All’interno dell’inferriata, la cui filigrana di ferro è dipinta di un vivace colore verde erba, c’è un passaggio stretto e scuro. Sulla grata vi sono le graziose lettere dorate del carattere Sul, disposte in modo da formare il Credo musulmano, la Professione di Unità e altre frasi religiose.
Sul lato sud l’inferriata è rivestita d’argento, per maggiore onore, e sono d’argento anche le lettere ad essa intrecciate. Questa barriera, che va da una colonna all’altra e che sbarra il passo agli uomini, ha quattro porte, sempre chiuse: la Bab al-Muwajihah a sud; la Porta di Nostra Signora Fatima ad est; la Bab al-Taubah o Porta del Pentimento a ovest, verso il giardino, e la Bab al-Shami o Porta Siriana a nord. Quest’ultima è l’unica a essere aperta occasionalmente, per permettere l’ingresso ai responsabili del tesoro e agli eunuchi che spazzano il pavimento, accendono le lampade e portano via i regali gettati dentro da alcuni fedeli.

   Sul lato sud dell’inferriata, a cinque piedi dal suolo, vi sono tre piccole aperture quadrate di circa mezzo piede di lato. Si dice che si trovino a non più di tre o quattro cubiti dalla testa dell’Apostolo e che quella più occidentale si trovi proprio di fronte alla tomba del Profeta. Per questo si chiama Shubak al-Nabi ovvero Finestra del Profeta. Quella accanto porta il nome di Abu Bakr e quella più ad est il nome di Omar.
Sopra alla stanza di Aishah si innalza la cupola verde, che, all’esterno è sormontata da una grande mezzaluna, che sorge in mezzo a una selva di globi. La viva immaginazione dei Musulmani attribuisce a questa gemma la presenza di un pilastro riflesso di luce celestiale, che dirige i passi del pellegrino quando egli è ancora a tre giorni di distanza. Ma - ahimè! - solo ai sant’uomini, i cui sensi sono acuti quanto le loro visioni spirituali, è consentito il privilegio di captare un simile splendore.                      
 Giunto a sei piedi di distanza dall’inferriata del Shubak al-Nabi, Hamid ha preso posto davanti alla Hazirah, la Presenza, e a questa rispettosa distanza, con le mani levate in preghiera, egli ha recitato a bassa voce una supplica, che mi ha chiesto di ripetere con amore e timore allo stesso tempo. L’implorazione cominciava così: “La Pace, la Misericordia e la Benedizione di Allah siano con Te, o Apostolo di Allah! La Pace sia con Te, o Amico di Allah! La Pace sia con Te, o Modello più riuscito della Creazione di Allah!”          
Alla fine, recitando la Ziyarat per noi stessi, abbiamo ripetuto la Fatihah, il capitolo iniziale del Corano, recitandolo mentalmente con le mani sollevate e con l’indice della mano destra teso:
 
   “Nel nome di Dio, clemente e misericordioso!”
 
   Poi abbiamo appoggiato il palmo delle mani sul viso e abbiamo fatto atti di carità, che costituiscono una parte essenziale della cerimonia. Abbiamo così concluso la prima parte della cerimonia della visita alla Tomba dell’Apostolo. Ci siamo quindi spostati a destra, collocandoci di fronte alla finestra di Abu Bakr. Abbiamo fatto un segno in direzione del mausoleo e abbiamo rivolto al suo occupante questa supplica: “La Pace sia con Te, o Abu Bakr, il Veritiero! La Pace sia con Te, o Califfo dell’Apostolo di Allah!” che si concludeva con: “Preghiamo Dio Onnipotente che ci conceda di morire nella Tua Amicizia e che, come ci ha permesso di compiere questa visita, ci innalzi in Compagnia del Suo Apostolo e Tua.”
Ci siamo ancora spostati a destra di un passo, situandoci davanti alla finestra del Califfo Omar, a cui abbiamo rivolto queste parole: “La pace sia con te, Omar il Giusto, Principe dei Veri Credenti! La Pace sia con Te, che sempre dicesti il Vero e che facesti in modo che la Tua Parola fosse sempre in accordo con quella del Libro Sacro!”  
Lo sceicco Hamid mi ha permesso di avvicinarmi alla piccola finestra, detta dell’Apostolo, e di guardare dentro, ma i miei movimenti erano guardati con sospetto, dato che, talvolta, i persiani erano riusciti a contaminare le tombe di Abu Bekr e di Omar gettando attraverso l’apertura quello che aveva l’aria di essere un bello scialle inteso come regalo. Con qualche sforzo, sono riuscito a vedere un tendaggio con tre iscrizioni in lettere dorate. Esse informavano i visitatori che dietro giaceva l’Apostolo di Allah insieme ai due primi Califfi.

   Il luogo della tomba di Maometto è segnato da un grande rosario di perle e da un ornamento particolare, conosciuto sotto il nome di Kaukab-al-Durri o costellazione di perle, appeso alla tenda all’altezza del petto. Questo ornamento, descritto come “una stella brillante circondata da perle e diamanti”, è collocato al buio per consentire agli uomini di sopportarne il bagliore. Il popolo crede che si tratti del “gioiello dei gioielli del Paradiso”. A me è parso simile a quei tappi di vetro che si usano per chiudere le caraffe di qualità scadente. Devo dire però che avevo pensato la stessa cosa del Koo-o-noor. Inoltre, non sono riuscito a vederlo abbastanza da vicino per darne un giudizio equo. D’altra parte, non pensavo che valesse la pena di pagare l’enorme somma richiesta per entrare nel passaggio sotto al baldacchino. Di giorno, il coup d’oeil non aveva niente di speciale, ma di notte, quando le lampade gettavano una luce fioca sul marmo e sui mosaici del pavimento e sulle sfolgoranti iscrizioni dei pesanti tendaggi, l’effetto era notevole.  
Per descrivere la tomba, che non ho visto, devo basarmi sui libri degli storici, anche se la maggior parte delle narrazioni non vanno oltre le mura interne dello Hujrah. Al-Kalkashandi afferma che: “in eo lapidem nobilem continere sepulchra Apostoli, Abubecr et Omar, circumcinctum peribole in modum conclavis fere usque ad tectum assurgente, quae velo serico nigro obligatur ”. Questo autore concorda con i miei amici persiani nell’affermare che il sepolcro è costituito da una lastra di marmo. Ibn Jubayr, che viaggiò nell’anno 580 dell’egira, dice invece che la bara del Profeta consiste in una cassa di ebano (abnus) rivestita di legno di sandalo, placcata d’argento e collocata dietro a una tenda circondata da una grata di ferro. Al-Samanhudi, citato da Burckhardt, dice che la tenda cela una costruzione quadrata di pietra nera, al cui interno vi sono le tombe di Maometto e dei suoi due immediati successori e aggiunge che le tombe sono delle semplici cavità piuttosto profonde. La bara che contiene l’Apostolo è laminata d’argento ed ha una lastra di marmo con l’iscrizione: “Bismillah! Allahumma salli alayh!” (Nel nome di Allah! Allah abbia misericordia di Lui!”).
 
   Il corpo dell’Apostolo giace, o si suppone che giaccia, sul lato destro e ha il palmo della mano destra sotto alla guancia destra, la faccia rivolta verso la Mecca, quindi la testa è a ovest e i piedi a est. Abu Bakr, sepolto accanto a lui, ha il viso rivolto verso la schiena del Profeta e Omar è nella stessa posizione rispetto al suo predecessore.
Ma non tutti gli storici musulmani sono d’accordo su questo punto. Molti pensano che i corpi siano allineati, altri che siano disposti a forma di unicorno, altri che siano collocati ad angolo retto.
È opinione diffusa che nel’Hujrah ci sia un posto vuoto, riservato a Isa bin Maryam, dopo la sua seconda venuta. Lo sceicco Hamid e io abbiamo pronunciato la Fatihah davanti alla tomba di Omar, abbiamo ispezionato brevemente la Hujrah, poi siamo andati verso una piccola finestra nel muro orientale della moschea, detta Mahbat Jibrail, il Luogo dove scese l’Arcangelo Gabriele con le Rivelazioni divine o, più semplicemente Al-Malaikah, gli Angeli.
Rivolti verso lo Hujrah abbiamo recitato la seguente preghiera: “La pace sia con voi, o Angeli di Allah, i Mukarrabin (cherubini) e i Musharrifin (serafini), i puri, i santi, onorati dagli abitanti del cielo e della terra.
 
   O Signore Benefattore! O Paziente!
   O Onnipotente! O Pietoso! O Compassionevole!”
 
   Perfeziona la nostra Luce e perdona i nostri Peccati, accetta la Penitenza che facciamo per le nostre Offese e fai che moriamo fra i Santi! La Pace sia con Voi, Angeli del Misericordioso, Uno e Tutto! Che la Misericordia di Dio e le Sue Benedizioni scendano su di Voi!”.
Quindi ci siamo diretti verso occidente e siamo arrivati alla sesta stazione, il sepolcro o cenotafio di Fatima. La sua tomba si trova fuori dal recinto e all’esterno del tendaggio che circonda i resti di suo padre, tanto severo è il senso del decoro musulmano e così grande la preoccupazione nel proteggere la delicatezza di questa Vergine. Il lato orientale della Hujrah cambia la forma della piazza, dandole l'aspetto di un luogo slegato dal resto dell’edificio. La tomba, visibile, come le altre, attraverso un’apertura quadrata, è un lungo catafalco coperto da un drappo funebre nero. C’è il dubbio che la Signora non sia sepolta qui, ma nel cimitero di Bakia insieme al figlio Hassan. Tuttavia, nonostante questo, il luogo è molto visitato dai musulmani devoti. Noi abbiamo recitato una preghiera invocando su di lei la pace, poi ci siamo girati verso nord e ne abbiamo recitata un’altra in onore di Hamzah e dei martiri inumati ai piedi del monte Ohod. Infine, ci siamo voltati a destra e abbiamo pregato per le anime di coloro che sono sepolti nel perimetro di al-Bakia.

 
   Davanti al muro sud della moschea, rivolti verso la Mecca, abbiamo invocato tre volte Allah, recitando la supplica: “Oh Allah! Oh Compassionevole! Oh Caritatevole! Oh Dispensatore di bene e di male! Oh Principe! Oh Sovrano! Oh somma di tutti i Benefici! …”.
Poi siamo tornati alla Finestra dell’Apostolo dove abbiamo recitato la seguente preghiera in strofa tetrastica:

       “O Mustafa! verily, I stand at Thy door,
       A man, weak and fearful, by reason of my sins:
       If Thou aid me not, O Apostle of Allah!
       I die – for, in the world there is none generous as Thou art!”
      “O Mustafa! Sono qui davanti alla tua porta
       uomo debole e timoroso a causa dei miei peccati,
       se tu non mi aiuti, o Apostolo di Allah!
       Io muoio – perché al mondo non c’è nessuno generoso come Te!”

   Infine ci siamo incamminati verso la parte sud dell’edificio e, facendo attenzione a non avere la schiena in linea con la faccia di Maometto, ci siamo fermati davanti alla nicchia detta Mihrab Osman, dove Hamid ha recitato un’altra supplica.
Da ultimo, siamo tornati al Giardino e abbiamo recitato un’ultima preghiera accompagnandola con due inchini in adorazione del Creatore. In questo modo abbiamo terminato come avevamo cominciato.   
Sfortunatamente per me, il giovane Mohammed indossava un’ampia veste ricamata. Alla fine delle nostre pratiche di culto, gli aghas o eunuchi della Moschea si sono riuniti nel giardino per offrirmi le loro congratulazioni. “Ziyaratak Mubarak”, (“Sia benedetta la tua visita”) dicevano chiedendomi l’elemosina. Poi è arrivato il portatore d’acqua dello Zemzen, il pozzo del Profeta, porgendo un piattino di latta pieno d’acqua attinta alla sorgente sacra. Alla fine/dopo un po’, ero assediato da mendicanti di ogni genere: alcuni erano miti, pittoreschi, altri arrabbiati, rumorosi, petulanti, belli, brutti, ciechi, malati. I miei compagni mi avevano descritto come un uomo importante, perciò ero obbligato a pagare in proporzione e il mio elemosiniere, con il suo bel vestito, provava piacere a essere prodigo. Questa prima visita mi è costata l’equivalente di quattro dollari, il doppio di quello che pensavo e nelle visite successive non sono mai riuscito a pagare meno della metà di questa cifra.

   Dopo che avevo adempiuto ai miei doveri di buon Zair, lo sceicco Hamid mi ha permesso di visitare il posto a mio piacimento. Ho cominciato il giro dalla Bab al-Salam, la Porta della salvezza, posta a sud ovest della moschea. È una bella arcata decorata con marmo e con mattonelle brillanti, a cui le numerose iscrizioni dorate danno un aspetto di considerevole splendore, specialmente di notte. Le porte di legno, rinforzate da barre di ottone fissate con chiodi dello stesso materiale, sono simili a saracinesche. Fuori di questa porta, vi sono grandi giare di terracotta piene d’acqua, per permettere a chi non può pagare di fare le abluzioni gratis.
Nel muro settentrionale si apre la Bab Majidi o Porta del Sultano Abd Al-Majid. Come il suo portico, non è ancora finita ma, a giudicare dal suo aspetto attuale, promette di eclissare tutte le altre, fatta eccezione per la Bab al-Salam.
Al centro del muro occidentale c’è la Bab al-Rahmah, la porta della Misericordia, attraverso la quale si fanno passare i fedeli defunti portati nella Moschea per l’orazione. Di fronte alla Bab al-Rahmah, nel muro orientale c’è la Bab al-Nisa o Porta delle Donne, collegata alla prima dal Farsh al-Hajar, un’ampia striscia di pietra, e situata due o tre gradini al di sotto del livello del portico e leggermente elevata rispetto al livello del Sahn o cortile ipetrico della
 
Moschea. Nella parte sud dello stesso muro, infine, c’è la Bab Jibrail, la porta dell’Arcangelo Gabriele. Queste porte, a cui si accede dalla strada attraverso brevi rampe di scale, vengono chiuse dagli eunuchi subito dopo le orazioni della sera. Vengono lasciate aperte solo durante il Ramadan e nel periodo dei pellegrinaggi, quando i visitatori pagano grosse somme per poter passare la notte all’interno in meditazione e in preghiera.
I minareti sono cinque: lo Shikayliyah, nell’angolo nord-ovest, in via di ricostruzione essendo stato abbattuto; il Munar Bab al-Salam, vicino alla porta omonima, la cui torre è sormontata da una grande palla o cono di ottone brunito; il Munar Bab al-Rahmah, al centro del muro occidentale, con due gallerie ricoperte da un tetto conico; il Sulaymaniya Munar, nell’angolo nord-est, una massiccia torre di pietra che porta il nome del sultano Solimano il Magnifico che l’ha fatta costruire. La massiccia torre di pietra ha due parti inferiori a pianta poligonale, una in alto a pianta cilindrica e termina con una piattaforma protetta da un’inferriata che protegge i fedeli che salgono.
Nell’angolo sud est della moschea, sorge il Munar Raisiyah, così chiamato perché è quello dei Ruasa, ovvero dei capi muezzin. Si pensa che Belal, il banditore dell’Apostolo, chiamasse da qui i primi musulmani alla preghiera. È formato da tre sezioni, come il Sulaymaniyah: le due inferiori sono a struttura poligonale, quella superiore è cilindrica. Tutte e tre sono munite di galleria. Nelle occasioni di festa, come per l’arrivo della carovana di Damasco, dalle cupolette e dalle gallerie pendono delle lampade a olio. I quattro minareti sono diversi di forma e di grandezza e all’inizio possono sembrare fuori posto e bizarre, nonostante la loro bellezza e imponenza. Ma dopo qualche giorno i miei occhi si sono abituati e non ho avuto difficoltà ad apprezzarne le dimensioni massicce e la forma elevata.
 
   Anche i Riwak, i portici che circondano il cortile ipetrico, sono irregolari. Lungo la parete nord è in costruzione un bel colonnato di granito con il pavimento lastricato di marmo. Il Riwak orientale ha tre file di colonne, quello occidentale ne ha quattro, quello meridionale, sotto il quale sta la tomba del Profeta, ha una profondità maggiore degli altri. Alcune colonne sono di marmo, altre sono di pietra grezza, rivestite di stucco e decorate con volgari arabeschi e strisce di colore nero e vermiglio; alcune colonne sono più grandi, altre più piccole; alcune hanno il piedestallo, altre no e anche i capitelli sono diversi fra di loro.
Tre colonne, celebrate negli annali dell’Islam, portano scritto sulla superficie il proprio nome, altre hanno una denominazione particolare. Quella più importante si chiama al-Mukhallak perché, in seguito a un’impurità, era stata cosparsa di un profumo detto Khaluk. Si trova vicino al Mihrab al-Nabawi e segna il posto dove l’Apostolo era solito recitare il sermone del venerdì, appoggiandosi all’Ustuwanat al-Hannanah, la Colonna del Pianto. La Colonna di Ayishah o Ustuwanat al-Kurah, Colonna dell’Abbondanza occupa il terzo posto a partire dal pulpito e dallo Hujrah ed è seconda per importanza. Secondo la testimonianza della moglie prediletta, l’Apostolo soleva dire che se gli uomini avessero conosciuto il valore di quel posto, avrebbero dato chissà cosa per poter pregare là.
 
   A venti cubiti dalla Colonna di Ayshah, c’è la Colonna del Pentimento o di Abu Lubabah, la quarta dal Pulpito. Lubabah era un uomo originario di Medina, che i membri della tribù, i Benu Kurayzah, avevano mandato da Maometto al momento della sconfitta, per intercedere in loro favore. Egli promise che avrebbe fatto ciò che gli chiedevano, ma, allo stesso tempo, si passò la mano di taglio sulla gola, per indicare che se avessero rinunciato a difendersi sarebbero stati uccisi. Poi si pentì di questo gesto e decise di incatenarsi alla palma che sorgeva sul luogo della colonna e di restarvi fino a quando Allah e Maometto non lo avessero perdonato. Il perdono arrivò dopo dieci giorni, quando Al Lubabah aveva perso l’udito ed era quasi cieco. Le colonne meno celebri sono: l’Ustuwanat al-Sarir o Colonna del Lettino, dove l’Apostolo meditava seduto su un giaciglio di rami di dattero; l’Ustuwanat Ali, dove il quarto califfo pregava e vegliava il suocero; l’Ustuwanat al Wufud, dove l’Apostolo riceveva i messaggeri ed emissari stranieri; l’Ustuwanat al-Tahajjud, dove Maometto passava le notti in preghiera seduto su un materasso; infine, la Makam Jibrail, il Luogo di Gabriele, detta anche Mirbaat al-Bair, ovvero Il Palo della Bestia da Soma. Non sono riuscito a trovare una spiegazione sul perché di questo nome.
 
   Nel cortile c’è un quadrato di terra ben irrigato, detto “il Giardino di Nostra Signora Fatima”, in cui crescono una dozzina di palme da dattero, i cui frutti vengono inviati in regalo al sultano e agli uomini importanti dell’Islam. E’ circondato da una ringhiera di legno con una porta di accesso sorvegliata dagli eunuchi, è l’unica cosa piacevole da guardare. Fra le palme vi sono i resti venerabili di un Sidr o albero del Loto, i cui frutti sono venduti a un prezzo esorbitante. Nell’angolo sud est di questo recinto, protetto da una tettoia, c’è lo Zemzem, chiamato Bir al-Nabi o “pozzo dell’Apostolo” e fra di esso e il Riwak orientale c’è lo Stoa o Accademia della città del Profeta, affollata di professori che insegnano la nuova idea, cioè che gridare è meglio che sparare. Le ombre della sera cominciavano ad addensarsi attorno a noi e l’ispezione volgeva al termine. Abbiamo lasciato la Moschea facendo attenzione a uscire con il piede sinistro, e di non ritornare sui nostri passi, come previsto dalla Sunna e dalla pratica risalente all’Apostolo.  
 
Secondo la tradizione degli Arabi, quando gli ottanta individui che componevano la famiglia di Noè sono usciti dall’arca si sono insediati nei pressi di Babilonia. Sono cresciuti, si sono moltiplicati e si sono dispersi in punti lontani sulla terra. Una tribù chiamata Amalik, ispirata con la conoscenza della lingua araba, si è stabilita a Medina, dove ha cominciato a coltivare la terra e a piantare palme da dattero. Questa popolazione ha poi occupato il territorio fra lo Hijaz (il mar Rosso) e l’Oman (a nord ovest dell’Oceano Indiano). Secondo la maggior parte degli studiosi, l’ultimo re degli Amalik è stato ucciso dall’esercito di Israele mandato da Mosè dopo l’Esodo dall’Egitto, con l’ordine di ripulire accuratamente la Mecca e Medina dai suoi abitanti infedeli. Sono state uccisi tutti i componenti delle tribù, ad eccezione delle donne e dei bambini.
 
   Dopo aver ricevuto dall’alto l’annuncio che il suo rifugio predestinato era Medina, Maometto dichiarò che sarebbe stata la cammella Al-Kaswa a fermarsi, di sua iniziativa, nel luogo designato. L’animale si inginocchiò nel punto in cui oggi c’è il pulpito e l’Apostolo disse con aria ispirata: “Questo è il nostro luogo, ad Allah Onnipotente piacendo.”
 
   Maometto passò a Medina gli ultimi dieci anni della sua vita e morì il dodicesimo giorno del Rabia al-Awwal nell’undicesimo anno dell’Hijrah. Quando i suoi familiari e compagni discussero il luogo di sepoltura, Abu Bakr, citando un antico detto secondo cui i profeti e i martiri devono essere sepolti dove sono morti, suggerì la camera di Ayishah. Si dice che Ali e i due figli di Abbas abbiano scavato la fossa sotto al luogo in cui c’era il letto dell’Apostolo. Da quel momento, il centro di interesse della città è diventato la moschea.
 
   La Masjid al-Nabi o moschea del Profeta, è la seconda per antichità e, insieme alla Ka’abah, è anche la seconda o forse la prima per dignità e importanza. Al tempo in cui la cammella si inginocchiò per ordine del cielo, il terreno era occupato da un palmeto e da un Mirbad dove si mettevano a seccare i datteri. Maometto mandò a chiamare i proprietari dell’appezzamento e lo comprò, insistendo per pagarlo, anche se gli fu offerto gratis. Poi fece abbattere le palme, livellare il terreno e scavare le fondamenta della prima moschea.
 
   I suoi muri erano fatti di pietra grezza e di mattoni non cotti. Il tetto, che per ordine dell’Arcangelo Gabriele non superava i sette cubiti di altezza, era sorretto da tronchi di palma. Non vi erano decorazioni. Gli uomini di Medina, gli Ansar, e i fuggitivi della Mecca, i Muhajirin, prelevarono i materiali da costruzione nel cimitero di Al-Bakia, portandoli a braccia. L’Apostolo li aiutò e li incoraggiò recitando la preghiera:
 
                        “O Allah! There is no good but the good of futurity,
 
                         Then have mercy upon my Ansar and Mujajirin!”  
 
      Traduzione: O Allah! Non c’è altro bene all’infuori del bene futuro,
 
     Perciò abbi compassione dei miei Ansar e dei miei Mujajirin!”
 
   La moschea era lunga 54 cubiti lungo l’asse nord-sud, larga 63 e circondata da case, salvo che sul lato occidentale. Fino al diciassettesimo mese della nuova era i fedeli pregavano rivolti a settentrione. Poi, una nuova rivelazione li indusse a stare voltati verso sud, in direzione della Mecca e, per consentire la verifica della direzione, l’arcangelo Gabriele discese ed aprì una visuale sulla Ka’abah attraverso piante e colline. Nel settimo anno dell’Egira la moschea fu restaurata. Il nuovo edificio, a pianta quadrata, misurava cento cubiti e aveva una porta a sud, dove ora c’è la “Nicchia del Profeta”, il Mihrab al-Nabawi, una seconda dove adesso c’è la Bab al-Rahmah e una terza dove c’è la porta di Gabriele, il Bab Osman.
 
   Durante la Khutbah, quando il Profeta si sentiva stanco mentre predicava il Khutbah o il Sermone del venerdì si appoggiava a un palo o si sedeva sull’ultimo dei tre gradini del Mambar o pulpito, che assunse la sua forma attuale nell’anno 90 dell’egira, durante il regno di Al-Walid. Maometto passava la maggior parte della giornata nella moschea parlando e insegnando ai compagni, confortando i poveri, pregando quando sentiva arrivare dall’alto il richiamo dell’Azan, ricevendo gli ambasciatori stranieri e i messaggi celestiali dell’Arcangelo Gabriele. Poco lontano da essa morì e fu sepolto.
 
   Un teatro di eventi così importante per l’Islam non poteva essere lasciato nella sua semplicità iniziale e, se il primo Califfo si era accontentato di restaurare alcune colonne che si erano deteriorate, il suo successore Omar circondò la camera in cui fu sepolto il Profeta con un muro di fango e nell’anno 17 dell’egira allargò la moschea, eccetto che sul lato orientale, dove stavano le dimore delle Madri dei musulmani. Le diede un’ampiezza di 140 cubiti per 120 e all’esterno del muro settentrionale egli fece costruire una suffah, una panca detta Al-Batha, sulla quale la gente poteva passare il tempo conversando o recitando poesie.
 
   Nell’anno 29 dell’egira il terzo califfo Osman fece abbattere le vecchie mura e ingrandì nuovamente l’edificio, dotandolo di un tetto di tek indiano e di muri di pietra tagliata e lavorata. Alle obiezioni di chi protestava perché non condivideva queste innovazioni, egli rispose citando un detto del Profeta: “Anche se questa mia moschea arrivasse fino alla collina di Safa – alla Mecca - sarebbe sempre la mia moschea.”
 
   A poco a poco l’Islam cresceva potente e splendido, superando le altre nazioni per la magnificenza dei suoi edifici pubblici. Nell’anno 88 dell’egira, il dodicesimo Califfo della stirpe dei Beni Ummayah, Al-Walid, incaricò l’amministratore della moschea di acquistare le residenze dei discendenti del Profeta, che sorgevano sul lato est dell’edificio sacro, anche ricorrendo alla forza. L’Imperatore di Grecia, insieme ai costosi regali, inviò ottanta artisti, incaricati di intagliare le colonne di marmo e le intelaiature delle finestre e di sovrintendere alla doratura e all’esecuzione dei mosaici.
 
   La stanza dove Azrail, l’Angelo della morte, aveva separato dal corpo l’anima di Maometto, con il permesso di questi, venne incorporata nella Moschea. Il muro di mattoni attorno alle tre tombe fu sostituito da uno di pietre intagliate, racchiuso da uno più esterno, con uno stretto passaggio in mezzo. Ai quattro angoli della moschea furono eretti i minareti. Nell’anno 91 dell’egira il nuovo edificio, che misurava 200 cubiti per 167, era terminato.   
 
   Nel 191, Al-Mahdi, terzo principe dei Beni Abbas, famoso per aver speso una somma enorme in un pellegrinaggio, fece ingrandire l’edificio aggiungendovi dieci bei pilastri di marmo intarsiato, con iscrizioni in lettere dorate, sul lato nord. Nel 202 Al-Ma’amun fece altre aggiunte. Nel 654 il tempio fu distrutto da un incendio, che alcuni attribuiscono a un’eruzione vulcanica. La costruzione della quinta moschea fu completata da altri tre sovrani, fra i quali Al-Mustasim e i principi d’Egitto.
 
   Nell’888 Kaid-Bey, diciannovesimo sultano dei Circassi Mamelucchi e re d’Egitto, fece costruire la sesta moschea, perché la precedente era stata colpita da un fulmine nel corso di un temporale. Tredici uomini sono morti mentre stavano pregando. Le parti, come la Hujrah, che erano state risparmiate, furono restaurate. Nel decimo secolo, Solimano il Magnifico eresse il bel minareto che porta il suo nome e pavimentò di marmo bianco il Giardino, che Kaid-Bey non aveva osato modificare e aveva lasciato in terra battuta.
 
   Durante il regno degli ultimi Sultani e di Mohammed Ali sono state fatte piccole modifiche, con aggiunte di lampade, di tappeti e di candelabri.
L’attuale capo dell’Islam sta ricostruendo uno dei minareti e il colonnato a nord del tempio.
Madinat al-Nabi, la Città del Profeta, è situata sulle rive del fiume Nijd, che attraversa il vasto altopiano dell’Arabia centrale. I confini del luogo sacro, chiamato dall’Apostolo Hudud al-Harim, servono ancora oggi a definire quelli della città. A nord, ci sono le ultime creste della catena montuosa che risale al terziario e che va dal Tauro ad Aden e da Aden a Maskat, delimitando il trapezio arabo. A est la pianura è chiusa da una sottile linea di colline basse e scure, attraversate dalla strada Darb al-Sharki, che collega l’Al-Najid con la Mecca, mentre a sud ovest è costeggiata da un crinale di basalto scoriaceo e da un contrafforte di roccia detto Jabal Ayr.
 
   Il motivo della prosperità di Medina, le cui origini risalgono a tempi molto antichi, è l’abbondanza d’acqua, un bene prezioso in Arabia. La città è situata su di una pianura dolcemente digradante e le mura meridionali a volte sono portate via dai sayl, i torrenti che si formano dopo le piogge. Oggi è l’Ayn al-Zarka, la Sorgente Azzurra, a rifornire d’acqua gli abitanti, mentre al tempo del Profeta essa veniva attinta da alcuni pozzi che sono ancora oggi venerati. Le acque sorgive raggiungono la città attraverso un canale scavato a trenta piedi sottoterra. In alcuni punti esse sono raggiungibili per mezzo di scalinate fatte costruire da Solimano il Magnifico. Durante il mio soggiorno a Medina, ho sempre bevuto quest’acqua e l’ho trovata, d’accordo con gli abitanti della città, dolce e salubre.
 
   Un detto popolare attribuisce all’Apostolo l’affermazione che “chi sopporta pazientemente il freddo di Medina e il caldo della Mecca, merita un posto in Paradiso”. Tuttavia, grazie alla pianura aperta e al clima asciutto, a Medina non c’è la temperatura afosa e stagnante della Mecca e, anche se il pomeriggio è soffocante, di sera e di mattina l’aria è fresca e rugiadosa. I residenti/sin. di abitanti dormono sul tetto o davanti alla porta di casa, ma gli stranieri dovrebbero andare cauti nell’imitarli perché in città l’aria non è salubre come nel deserto e può provocare un violento catarro e affezioni febbrili a chi non è abituato. Gli inverni sono lunghi e rigidi perché, nonostante il riparo fornito dall’Ohod, dal Deserto orientale soffiano venti gelidi attraverso una gola fra le montagne. In ottobre cominciano le piogge che durano sei mesi, anche se con qualche intervallo e quando si è vicini all’equinozio, sono frequenti i temporali con tuoni e lampi. In quei giorni il Barr al-Manakhah, lo spazio fra il centro e la periferia, e il terreno vicino alle mura meridionali si trasformano in una piscina. Tuttavia la pioggia, che in inverno scende spesso di notte, in primavera di mattina e in estate di sera, è attesa con piacere perché fa bene alle piantagioni di datteri e agli altri frutteti. Il poeta Labid così descrive la desolazione causata dalla pioggia eccessiva in un antico accampamento:
 
“It (the place) hath been fertilized by the first spring showers of the
 
constellations, and hath been swept by
 
The incessant torrents of the thunder-clouds, falling in heavy and
 
in gentle rains,
 
From each night-cloud, and heavily dropping morning cloud,
 
And the even-cloud, whose crashings are re-echoed from around.”
 
 
Traduzione: “Il luogo è stato fertilizzato dalle prime piogge primaverili delle costellazioni ed è stato spazzato via/ dagli incessanti torrenti caldi che cadono dalle nubi rimbombanti sotto forma di pioggia gentile e pesante,/ dalle nubi notturne, dalle pesanti nubi mattutine,/ dalla nubi uniformi l’eco dei cui schianti si riverbera tutt’intorno.”
 
   Medina ha una popolazione di circa 16.000 persone e una pianta ovale irregolare. È formata dal centro vero e proprio, dalla fortezza e dalla periferia. Nella cinta di mura si aprono quattro belle porte massicce dipinte a strisce rosse, gialle e altri colori, non molto diverse da quelle che decorano la vecchia entrata della cittadella del Cairo e paragonabili a quelle degli antichi castelli normanni. La porta orientale, la Bab al-Jum’ah o Porta del Venerdì, si apre verso il cimitero al Bakia, quella occidentale, la Bab al-Misri o Porta Egizia, si apre sulla pianura chiamata Barr al-Manakhah. All’interno esse offrono la loro ombra e le acque di un pozzo ai soldati che fanno la guardia, ai cammellieri litigiosi e ai perdigiorno che si godono il fresco e la compagnia. Dall’altro lato di questa porta orientale inizia una strada che conduce alla moschea del Profeta, nella quale ci sono il Suk al-Khuzayriyah, il mercato delle verdure e il Suk al-Habbabah, il mercato del grano, le cui merci sono custodite dentro a misere capanne costruite con foglie di palma, scurite dal sole e dal vento. Il loro aspetto contrasta con quello imponente delle porte. In mezzo a queste baracche c’è un edificio bianco sormontato da una cupola che mi hanno detto essere un sabil, una fontana pubblica.
 
   Le mura, che non esistevano al tempo del Profeta, sono fatte di lava e di blocchi di granito, cementate con calce. Sono provviste di lunghe feritoie, i mazghal, e di una merlatura a forma di trifoglio, la shararif. Su di un lato, a intervalli brevi e irregolari, vi sono delle torri semicircolari, anch’esse dotate di merli e feritoie, per consentire un fuoco di sbarramento. Le strade di Medinah, compresi i viali e i culs-de-sac, sono cinquanta o sessanta. Quelle dentro le mura sono strette, scure, a tratti di terra battuta, mentre le più importanti sono quelle che conducono alla Moschea.
 
   Il caravanserraglio principale è il wakalat Bab Salam, che si trova vicino allo Harim, poi ci sono il Wakalat Jabarti e altri due dentro alla porta Misri. A differenza del Cairo, qui i caravanserragli, che sono fra i pochi edifici pubblici, vengono usati solo come magazzini e negozi. Secondo le stime ufficiali le case sono 1500 dentro le mura e 1000 fuori, ma io considero esagerate queste stime. Le prime non sono più di 800, le seconde 500. Hanno due piani, il tetto piatto, e sono costruite con scorie basaltiche, mattoni cotti e legno di palma. Le più belle hanno cortili spaziosi, giardini con palme da dattero, pozzi e cisterne d’acqua. Le piccole finestre sono chiuse da pannelli di legno decorati e i balconi sono coperti da una grata.
 
   La fortezza, al cui interno c’è una torre vistosa dai muri imbiancati, sorge a ridosso dell’angolo nord-ovest delle mura ed è costruita in cima a una roccia, sul quale sventola la bandiera con la Mezzaluna e la Stella. Dalle sue feritoie spuntano dei fucili orientati in ogni direzione, ma specialmente in quella della città.
 
   Fra il sobborgo meridionale e il muro di cinta c’è una strada detta Darb al-Janazah, la Via delle Bare. I cadaveri degli scismatici, ai quali non è permesso attraversare la città, sono portati al cimitero vicino al Bab al-Jumah o Porta Orientale, a loro riservato, lungo questa strada. Il sobborgo occidentale è circondato da bastioni di fango e mattoni, con piccole porte che si aprono sulla campagna e torri rotonde, che cadono a pezzi. Il sobborgo ospita anche la
 
Khaskiyah, la residenza ufficiale del Muhafiz, il governatore. Delle cinque moschee che si trovano in questo quartiere la più importante è la Moschea del Profeta, che sorge nel punto in cui, secondo alcuni, l’Apostolo ha celebrato la prima cerimonia di preghiere dopo il suo arrivo a Medina. Da qui egli si rivolgeva ai fedeli che abitavano lontano dal Santuario. E’ un edificio moderno di pietra e calce, sormontato da una cupola grande con la mezzaluna e da alcune più piccole, di colore bianco. Il minareto ha il tetto a forma di cono e una sola galleria per il muezzin, come quelli turchi. L’interno è semplice perché gli Arabi hanno gusti semplici e non sono interessati alla sontuosità.
 
   La Moschea di Kuba, il cimitero Al-Bakia e la Tomba del Martire Hamzah, ai piedi del monte Ohod sono i principali luoghi religiosi vicino a Medina, che lo zair è invitato a visitare per chiedere ad Allah la benedizione per sé e per i propri fratelli.
 
   Sono partito per Kuba il sabato mattina presto, insieme a una moltitudine di devoti, in compagnia dello sceicco Hamid, il mio muzawir, che cavalcava l’asino più miserabile che avessi mai visto. Io invece montavo un dromedario con una splendida sella munita di punte di metallo brunito, con un’enorme pelle di pecora color cremisi gettata sulle borse da sella e ornata di nappe lunghe fino a terra. Mohammed, che preferiva andare a piedi, era orgoglioso del suo abito giallo, rosso, verde e oro, che gli avevo comprato a caro prezzo all’harim e che ricordava il piumaggio di un pavone.
 
  Dopo essere usciti attraverso la postierla detta Bab Kuba e aver attraversato una pianura argillosa, con tratti di sabbia e basalto, siamo entrati nei nakhil, le piantagioni di palme. Per gli occhi affaticati dalla luce accecante non c’era nulla di più gradevole del verde intenso di quelle coltivazioni e della loro fresca ombra, “cibo per gli occhi e acqua per la gola riarsa” come dicono gli Arabi. Avrei potuto rimanere per ore a contemplarle. L’insolita brezza leggera e balsamica muoveva le fronde delle palme, mentre il mio orecchio era accarezzato dal gorgheggio degli uccellini, dal gorgoglio delle minuscole cascate rimbalzanti negli abbeveratoi di legno, dal suono musicale delle ruote idrauliche.
 
   Le palme da datteri di Medina meritano in pieno la loro fama. I fusti diritti sembravano più alti che altrove e i grappoli di frutti, pesanti non meno di ottanta libbre ciascuno, accuratamente legati, pendevano da un gambo giallo grosso come la caviglia di un uomo. Delle centotrentanove varietà di datteri elencate nei libri la migliore è la shelebi, i cui frutti, lunghi due pollici circa, dal profumo particolare e dal sapore aromatico, vengono spediti in paesi lontani dentro a scatole rotonde, avvolti nella pelle o nella carta. Erano il cibo favorito del Profeta, che con essi rompeva il digiuno e per questo conservano un certo carattere di reliquia santa. Oltre che un cibo, questi frutti sono ritenuti una medicina. I rutab, i datteri umidi, sono considerati molto salutari, mentre i balah, lasciati seccare sull’albero, sono un ottimo dessert. Quelli cotti a fuoco vivo dentro al burro chiarificato sono sgradevoli ai palati europei, quelli intinti nell’acqua bollente per fargli conservare il colore arancione e attaccati a un filo per formare i kulladat al-Sham, la collana di Sham, sono per i bambini che, di nascosto, danno dei morsi al loro ornamento.
 
   La qualità superiore dei datteri di Medina è dovuta all’abbondanza d’acqua per irrigare le piante. Anche d’estate il terreno viene bagnato tre volte al giorno perché è vero che la palma da dattero può vivere in luoghi aridi, ma spesso la si vede crescere lungo il letto dei ruscelli e nei luoghi umidi. Gli orti e i giardini sono divisi in piccoli appezzamenti rettangolari, separati da strisce di terra sopraelevata nel cui solco scorrono minuscoli rivoli d’acqua.
 
   La coltivazione più diffusa è quella del granoturco, ma vi sono piccole quantità di grano e di orzo. Qua e là vi sono appezzamenti di barsim, il trifoglio egiziano scintillante sotto i raggi del sole. Gli ortaggi principali sono il badanjan, la melanzana; il bamiyah, un hibiscus esculento, che in India è chiamato bendi; il mulukhiyah (Corchoris olitorius) uno spinacio mucillaginoso comune in questa parte d’Oriente. Questi vegetali sono consumati da cittadini di ogni ceto sociale, dato che costituiscono le patate e le verdure d’Arabia. Ho anche visto discrete quantità di porri e di cipolle, alcuni appezzamenti di fagioli, di carote, di ravanelli, di rape, di zucche e di cetrioli. Ci sono cinque varietà d’uva, la migliore delle quali è la sharifi, un’uva bianca dai grappoli grossi e dal sapore simile a quello dell’uva toscana. Abbondano gli alberi di giuggiolo, dalle foglie simili a quelle dell’ulivo, il cui frutto, il nebek, è una bacca paglierina grossa come un chicco di uva spina con strisce rosse dalla parte del sole. I viaggiatori delusi l’hanno paragonata di volta in volta a una prugna cattiva, a una ciliegia acerba e a una mela
 
insapore. A Medina ve ne sono diverse varietà molto apprezzate, fra cui l’hindi, il baladi, locale, e il tamri, simile al dattero. Vi sono anche delle pesche dure e prive di gusto, buone solo da far cuocere, ma che qui vengono divorate quando sono ancora mezze verdi. Vi sono infine delle grosse banane di qualità scadente, degli alberi di limetta, qualche anguria, delle mele, dei fichi e tre tipi di melagrane, la migliore delle quali è la shami, siriana. Da questo frutto dolce, profumato, grosso come la testa di un neonato e quasi senza semi, si ricava uno sciroppo denso, il rubb rumman, che d’estate si beve allungato con acqua ed è considerato rinfrescante e molto salutare.                                      
 
   Dopo aver quasi oltrepassato gli orti e i palmeti, attraverso le fronde degli alberi abbiamo visto spuntare il disadorno minareto di Kuba. Subito dopo siamo giunti a un villaggio formato da una massa disordinata di case, capanne, torri e cappelle inframmezzate da piante, affacciate su viuzze sporche piene di mucchi di spazzatura e di cani che abbaiavano.
 
   Come ho già detto, la moschea di Kuba sorge nel luogo in cui, durante la fuga dalla Mecca, si inginocchiò Al-Kashwa, la cammella di Maometto. Egli pose la prima pietra di quello che diventò il primo luogo di preghiera comunitaria di tutto l’Islam e con un anzah, un giavellotto con la punta di ferro, indicò la direzione della preghiera. All’inizio la moschea era un piccolo edificio quadrato, che Osman allargò in direzione del minareto. In seguito fu aggiunto il minareto e un riwak, un portico a colonne attorno al cortile sabbioso.
 
   Quando siamo arrivati, la mastabah, la panca di pietra all’entrata, era piena di gente. Dopo le abluzioni e il niyat, l’Intenzione, ci siamo sfilati le scarpe e siamo entrati nell’edificio sacro, fermandoci nel Musalla al-Nabi, il Luogo di Preghiera del Profeta. 31) Davanti a una colonna con una nicchia che serviva da memento, abbiamo fatto due inchini e recitato una dua, la supplica per chiedere ad Allah di perdonare i nostri peccati e sorvolare sui nostri errori. Poi, abbiamo recitato la Testimonianza e la Fatihah, coprendoci il viso con le mani.
 
   Ci siamo quindi spostati davanti alla Takat al-Kashf, la Nicchia della Rivelazione, situata nel muro meridionale. È così chiamata perché si crede che in questo luogo l’arcangelo Gabriele abbia rimosso gli ostacoli che si frapponevano alla visione del Profeta, quando egli era indeciso sulla direzione in cui si trovava Mecca. Siamo quindi usciti e, sotto un sole feroce, ci siamo diretti alla Mabrak al-Nakah, ovvero il Luogo dell’inginocchiamento della cammella, coperto da una piccola cupola sorretta da quattro colonne di pietra sui cui gradini ci siamo seduti per pregare e ripetere la cerimonia di prima.
 
   Poi siamo andati a pregare sopra al Makan al-Ayat o Luogo dei Segni, dove si rivelò a Maometto un passaggio del Corano, che allude in modo particolare alla purezza del posto e della gente di Kuba, “un Tempio fondato sulla Purezza sin dal primo giorno.” Il tempio ha successivamente cambiato il nome in Masjid al-Takwa o Moschea della Pietà.
 
   Mentre recitavamo una supplica davanti a una finestra protetta dalla grata, situata nell’angolo sud ovest del tempio, guardavamo con riverenza un’arcata bassa e scura, che sorge sul luogo in cui Fatimah era solita sedersi a macinare il grano. Per questo la cappella oggi si chiama Sittna Fatimah. Poi ci siamo diretti verso la piccola moschea Masjid Arafat che sorge sulla collinetta detta Tall Arafat perché una volta il Profeta, non potendo visitare la Montagna Sacra nel periodo dei pellegrinaggi, sostò qui e portò a termine in spirito tutta la cerimonia. Abbiamo dato un’occhiata al suo interno attraverso la finestra, per non pagare il pedaggio all’ingresso. La nostra visita successiva è stata a una cappella denominata Masjid Ali perché in questo punto sorgeva la casa del genero dell’Apostolo.
 
   Dopo aver pregato anche in questo luogo ci siamo recati, per la nostra ultima visita, ad un pozzo grande e profondo chiamato Bir al-Aris, situato in un giardino ad ovest della Moschea della Pietà, la cui acqua, tirata su da una ruota idraulica, finiva in una piccola pozza da dove scendeva turbinando e gorgogliando nell’infantile imitazione di un torrente. Era una musica dolce per le mie orecchie. Ho rifiutato testardamente di continuare a pregare, anche se lo sceicco Hamid, per salvare le forme, ripeteva con severità parentale che sbagliavo in pieno a comportarmi così. Mi sono seduto sul bordo dell’acqua – anche il Profeta non aveva disdegnato di farlo – risoluto a godermi qualche istante di meritato kaif. Erano solo le nove del mattino, il caldo era insopportabile, ma il suono del ruscello era carezzevole e il cigolio della ruota dell’acqua era come una ninna nanna. La limetta e il melograno stormivano dolcemente e riempivano l’aria mattutina di una voluttuosa fragranza. Mi sono addormentato e – che meraviglioso contrasto! – ho sognato che stavo in contemplazione della valle della Lianne, con il suo cielo grigio, i laghi azzurri e le chiazze di neve sparse.
 
“ By the wall whereon hangeth the crucified vine”
 
“Vicino al muro da cui pende la vite crocifissa”
 
Quando mi sono svegliato, siamo risaliti sui nostri animali e siamo tornati verso Medina. Strada facendo, i miei compagni mi hanno indicato un giardino detto Al-Madshuniyah, che conteneva una cava di argilla gialla, che gli Arabi chiamano tafl e che in molti paesi orientali viene mischiata a olio e usata come pomata per rendere la pelle fresca e morbida. Si racconta che il Profeta abbia guarito dalla febbre un beduino della tribù dei Beni Haris cospargendolo con questa terra argillosa mista ad acqua. Questo episodio è stato all’origine della fama delle proprietà curative della terra di Medina, fama che oggi non esiste più.
 
   La mattina di domenica 28 agosto 1853, ovvero il 23 dello Zu’l Ka’dah, è arrivata da Damasco la carovana Haji al-Shami, composta da circa settemila persone, che portavano con sé un nuovo tendaggio per la Hujrah del Profeta.
 
   La varietà e l’incantevole vivacità della scena che si svolgeva nel Barr al-Manakhah trasformava questo spazio polveroso e desolato in un caleidoscopio. Nella notte era sorta una città di tende di ogni grandezza, forma e colore, alcune distanziate in modo da lasciare spazio a lunghe vie, altre invece piantate molto vicine. Quella del pascià, lussuosa come un santuario, era pavesata con scialli e aveva una punta dorata. La folla si muoveva in una confusione suprema: c’erano beduini che montavano a pelo i dromedari, aggrappati come scimmie alla loro criniera; soldati della cavalleria irregolare albanese, curda e turca, dall’aspetto fiero; pellegrini persiani in atto di costringere i cammelli testardi a inginocchiarsi o sul punto di scendere brontolando dagli asini stremati; venditori di sorbetti e tabaccai ambulanti che pubblicizzavano gridando la propria merce; contadini che guidavano con grande clamore greggi di pecore e capre in mezzo a file di cavalli che non smettevano di sbuffare, mordere, scalciare e impennarsi; gente di città che cercava i propri amici; viaggiatori appena tornati che scambiavano saluti affettuosi; devoti che si davano spintoni, correvano fra le gambe dei cammelli e, nella fretta di raggiungere il Santuario, si inciampavano nelle corde delle tende; portatori d’acqua e venditori di frutta che si contendevano i clienti; ragazzi che lanciavano a voce alta degli insulti agli eretici; vecchi ed eleganti capi arabi del clan Hamidah che montavano splendide cavalcature, preceduti da valletti che eseguivano l’arzah, la danza di guerra, sparando in aria o nei polpacci di quelli davanti, brandendo la spada, saltellando in modo frenetico, sventolando gli stracci colorati, lanciando in alto le lunghe lance decorate di piume di struzzo, senza preoccuparsi di dove sarebbero ricadute; servitori che cercavano i padroni e padroni che cercavano la propria tenda urlando; personaggi importanti a piedi o a dorso di mulo preceduti dagli apripista che gridavano per farsi strada; donne e bambini strillanti nelle portantine che si urtavano o strisciavano; poveri disgraziati che si lamentavano sommessamente e che cercavano un angolo in ombra dove morire; enormi dromedari siriani di colore bianco con delle grosse campane tintinnanti appese al collo; muli e cammelli con bardature color porpora decorate di ottone e con degli splendidi Takht-rawan. Il cannone della cittadella tuonava, una densa polvere rendeva indistinti i contorni delle cose, il sole bruciante gettava lingue di fuoco e faceva rilucere le armi e gli ottoni delle tende. E dubito che questa lunga descrizione confusa o altro tipo di pittura verbale riesca a dare un’idea della confusione e del rumore della scena.
 
   Quello era anche il giorno stabilito per la nostra visita ai martiri del jabal Ohod, il monte che deve la sua attuale reputazione a una grotta che ha riparato il Profeta quando era inseguito dai nemici e soprattutto al fatto di essere stato il luogo di una battaglia molto celebrata nell’Islam. Il sabato 11 dello Shawwal, nel terzo anno dell’egira, 26 gennaio 625 d.C., Maometto, con settecento uomini affrontò tremila infedeli comandati da Abu Sufiyan, corse un grosso pericolo e perse nello scontro suo zio Hamzah, il ‘Signore dei martiri’. Dopo aver recitato le preghiere del mattino siamo saliti sui muli, armati di coltelli e pistole, e siamo usciti dalla città attraverso la porta Bab al-Shami. Il gruppo era grande e comprendeva anche Sa’ad il Demonio e Omar Effendi. Tutta la zona a nord della città era piena di gente e il terreno era coperto di tende. Fra queste, si notava il padiglione verde brillante dell’Emiro Al-Hajj, comandante della carovana. Accanto ad esso, circondato da un kanat che lo proteggeva, c’era il mahmil del Sultano, la sua portantina, con dorature luminose. Tutt’intorno, vi erano le tende degli ufficiali e dei pellegrini importanti.
 
   Dopo aver oltrepassato il Kubbat al-Sabak o cupola della Precedenza, dove un tempo i guerrieri amici del Profeta davano prova delle loro abilità equestri, e il makan, il luogo di sepoltura di Sayyidna Zaki al-Din, uno dei numerosi discendenti di Maometto, siamo giunti in uno spazio chiuso da basse mura bianche, il mustarah, luogo di riposo del Profeta che vi si era seduto per alcuni minuti mentre era diretto alla battaglia di Ohod e dove oggi pregano i devoti.
 
Mi sono seduto con il mio Muzawwin sul sedile di pietra e ho recitato con lui una supplica. Poi abbiamo ripreso il cammino, abbiamo oltrepassato uno harrah, una piccola cresta, e siamo giunti ai giardini di Ohod , quindi a quello che spiega la presenza di piante e di verde, una fiumara, in questo momento piena di sabbia nella quale i nostri asini sprofondavano. Raggiunto il lato nord, ci siamo arrampicati su per un pendio dolce e ci siamo trovati sul terreno di battaglia. Su questa striscia di terra in pendenza, alle falde del monte Ohod, a circa 3 miglia a nord di Medina, l’esercito degli infedeli avanzò dalla fiumara in formazione di mezzaluna, al centro della quale stava il generale Abu Sufiyan con i suoi idoli. Il suolo è duro e ghiaioso, coperto a tratti di pietra granitica di diversi colori, di arenaria rossa, di pezzi di porfido, che indicano i punti in cui i martiri caddero e furono sepolti. A sud invece c’era un villaggio con grandi case in rovina, costruite per i devoti ricchi di un tempo, e la tomba di Hamzah, che è insieme un mausoleo e un tempio.
 
   È un edificio piccolo e solido, a pianta quadrata, con il solito minareto accanto e con una cupola che copre l’ipostilo a sud. L’ala occidentale è uno zamihah o oratorio, frequentato un tempo dal celebre santo sufi Mohammed al-Samman, il “venditore di burro chiarificato”, un discendente del quale stava al mio fianco, nella persona dello sceicco Hamid. Sul lato orientale sporge una mezz’ala e attraverso una piccola porta a sud si accede a una mastabah o gradino di pietra alto cinque o sei piedi, che completa la forma quadrata dell’edificio. Sul lato destro della strada che passa davanti alla moschea c’è una grande costruzione in rovina, con un pozzo circondato da una grande piattaforma per i viaggiatori.
   Dopo aver atteso inutilmente il guardiano per mezz’ora, abbiamo deciso di procedere con la cerimonia. Siamo saliti lungo la scalinata posta contro la parete est della mastaba e lo sceicco Hamid mi ha fatto mettere come se fossi di fronte alla tomba. Sotto a un sole cocente abbiamo recitato una preghiera ad Hamzah, al termine della quale abbiamo chiesto aiuto a lui e ai suoi compagni per ottenere il perdono, la prosperità terrena e la felicità futura. Avevamo appena finito quando è apparso il guardiano che ha tirato fuori solennemente un mazzo di chiavi dalla forma curiosa e mi ha fatto allontanare prima di aprire la porta. Ha fatto sbatacchiare la chiave nella serratura e scattare rumorosamente il lucchetto per dare tempo alle anime dei martiri, che si crede vengano a sedersi qui a conversare spiritualmente, il tempo di andarsene prima del nostro ingresso.
 
   L’ipostilo, cioè la sala colonnata dell’edificio, uguale a quello di Kuba, solo più piccolo, era pieno di lampade a olio e di uova di struzzo. Sulle pareti vi erano alcune iscrizioni moderne incorniciate e delle poesie scritte in bella calligrafia. Hamzah è sepolto sotto a un masso di pietra nera basaltica di forma convessa, protetto da una sbarra di legno. Non c’era il Kiswak, il coperchio che di solito copre la tomba dei santi.
 
   Siamo usciti da una porta nella parete occidentale, abbiamo attraversato un minuscolo palmeto provvisto di pozzo e ci siamo incamminati in direzione delle montagne. Alla nostra sinistra c’era un grande Sahrij, una vasca di pietra dotata di gradini, che raccoglieva le acque di un torrente quando debordavano. Ci siamo di nuovo fermati a pregare in un piccolo cimitero circondato da un muro basso, nel quale erano sepolti alcuni martiri dell’armata sacra, le cui tombe erano delimitate da pietre disposte in forma ovale. Come ho già detto, i beduini delimitano la sepoltura con una pietra sopra alla testa, una sopra ai piedi e due ai lati. All’interno di questo spazio può esserci un monticello di terra, il musannam, ma generalmente il suolo è lasciato piatto e chiamato musattah. Ci siamo rifugiati sotto alla cupola di un piccolo edificio quadrato, chiamato Kubbat al-Sanaya, la Cupola dei denti, dove, durante la battaglia di Ohod, il Profeta era stato colpito da un sasso scagliato da Utbah bin Abi Wakkas, che gli aveva spaccato il labbro inferiore e rotto uno dei denti davanti. Prima di lasciare il tempietto, ho deciso di aggiungere a quelle già presenti la seguente scritta: “Abdullah, il servo di Allah.”.
 
   Dopo aver benedetto i Martiri di Ohod, ci siamo avvicinati a un altro edificio sormontato da una cupola, dove il valoroso Hamzah era caduto colpito dalla lancia dello schiavo Wahshi. Stando di fronte al tempio, abbiamo celebrato la cerimonia di questo Ziyarat terminata con una supplica, una testimonianza e una Fatihah.
 
   La sera mi sono recato al Santuario con i miei amici. Le gallerie del minareto erano piene di lampade e l’interno del tempio era gremito di pellegrini, fra i quali vi erano molte donne, circostanza che mi ha colpito perché molto insolita. Alcuni devoti, che avevano pagato per questo privilegio, stavano in cima alle scale a spuntare le enormi candele di cera, altri si  guadagnavano un posto in Paradiso facendo lo stesso con le lampade, altri ancora celebravano lo Ziyarat. Molti stavano semplicemente seduti sopraffatti dall’emozione. Tuttavia, il caldo causato dalla ressa era talmente asfissiante che ho deciso di andarmene e di non tornarci più per il resto del mio soggiorno a Medina.  
 
 
La città ospita solo poche famiglie discendenti dagli Ausiliari del Profeta e quelle dalla genealogia indubbia sono solo quattro, secondo quanto mi è stato detto.  
 
   Da Abu Ayyub discende una razza molto onorata, la cui nobiltà risale a più di quindici secoli addietro, i Bayt al-Ansari, che forniscono gli imam al Santuario e hanno le chiavi della moschea di Kuba. Tuttavia, essi non sono più né potenti né ricchi.
 
   Della posterità di Abu Jud, mi hanno detto che sono rimasti solo due rappresentanti, un giovane e una ragazza. Anch’essi hanno fornito al Santuario degli imam e dei muezzin.   
 
    Da Sha’ab discende una numerosa tribù, i cui membri sono impiegati nel Santuario, ma sono anche negozianti e viaggiatori.
 
   I discendenti di Abu Bakr sono ormai un piccolo numero.
 
Quelli che discendono da al-Karrani sono per la maggior parte dei commercianti.
 
   Quanto ai discendenti di Alì, quelli che non sono nati da Fatima, formano duecento famiglie che non si distinguono dagli altri abitanti di Medina per segni visibili nell’aspetto o nell’abbigliamento. Essi sono impiegati al tempio o nel commercio.
 
   Dei discendenti di Abbas, i Bayt al-Khalifiyah, è rimasta una sola famiglia, dalla quale provengono gli imam del Santuario e i guardiani della tomba di Hamza.
 
 
   I Benu Hosayn hanno il loro quartiere generale a Suwayrkiyah, a est di Medina, nel deserto, a tre o quattro giorni di cammino dalla città. Un tempo essi erano potenti e hanno avuto a lungo la custodia della tomba del Profeta. Oggi essi contano 93 o 94 famiglie nell’accampamento e solo sei o sette a Medina, anche se potrebbero risiedervi. Per il funerale vengono portati al Santuario, poi vengono sepolti nel cimitero di al-bakia. Il motivo di questa tolleranza è che li si crede sunniti o ortodossi e anche il più eretico di essi nasconde la sua rafz, la sua eresia. Sono piccoli, bruni, molto somiglianti ai beduini. Portano il costume e conducono la vita dei vecchi Arabi.
 
   Medina ospita anche degli eretici, i Mu’awiyah, che conservano fino all’eccesso il rispetto per la famiglia di Ali. Essi hanno i propri preti, si sposano fra di loro e svolgono solo lavori umili, come quello del sacrificatore di animali, del giardiniere o dello spazzino. Non è loro permesso entrare nel Santuario né in vita né dopo la morte. Sono oggetto di maldicenza o di numerose calunnie. Li si vuole far discendere dagli Ansari o da Yazid, figlio di Mu’awiyah, ma questa ipotesi è improbabile. I loro vestiti e la loro lingua sono arabi.  
 
    Il resto della popolazione di Medina è un miscuglio di discendenti di rami collaterali provenienti da tutte le contrade dell'Islam.
 
 
 
         
 
   In quei giorni, una splendida cometa percorreva i cieli d’Occidente preoccupando, come d’abitudine, gli abitanti di Medina e facendo presagire guerre, carestie e pestilenze. In effetti, che la cometa ne sia stata o meno la causa, tra le famiglie Hawamid e Hawazim dei Benu-Harb, tra cui era in corso una faida e a cui bastava una minima provocazione per accendere la loro ira furibonda. Il motivo del conflitto era stato un Hawamid che aveva colpito il cammello di un Hawazim. Il 30 agosto in città si sono intesi distintamente i colpi della moschetteria di montagna. Le strade erano piene di bande di beduini che avevano in mano la sciabola o il fucile o erano armati semplicemente di randello, e che si affrettavano nella speranza di non arrivare troppo tardi per prendere parte alla battaglia. Gli abitanti della città li maledivano in privato ed esprimevano la speranza che quella teppaglia si sterminasse reciprocamente, fino all’ultimo uomo.
 
   I pellegrini mostravano non poca agitazione, temendo di veder disertare i cammellieri. Sapevano che in questa terra infiammabile un’oncia di polvere può dare origine a un incendio. Ho saputo in seguito che gli scontri sono andati avanti tutta la notte, con dieci morti per parte.
 
   Osman Bin Maz’un fu il primo muhayir a morire a Medina e fu anche il primo a essere sepolto a El-Bakia. A quel tempo il campo era coperto di piante chiamate gharkhad, che furono tagliate, il terreno fu livellato e Osman fu sepolto al centro del nuovo cimitero. Maometto piantò in terra con le proprie mani due grandi pietre diritte, alla testa e ai piedi del suo fedele compagno.

 
 
   Il cimitero dei Santi ha una forma oblunga irregolare ed è circondato da mura e da piantagioni di palme lussureggianti. È lungi dall’essere abbastanza grande per l’uso a cui è destinato. Non potrebbe mai bastare alla folla di cadaveri di cui lo si riempie, se il modo in cui vengono fatte le inumazioni non avesse l’effetto di affrettarne la decomposizione. La porta è una semplice apertura nel muro, molto piccola. All’interno non vi sono né alberi né fiori. I monumenti antichi furono distrutti dal fanatismo di Sa’had il Wahabita e dei suoi seguaci puritani. Quelli rimasti sono delle costruzioni abbastanza recenti, a forma di moschea, e sono molto semplici. Io vi sono entrato con il piede destro, come in una moschea, e a piedi nudi, per non essere preso per un eretico. Siamo entrati nell’umile mausoleo del califfo Osman, poi siamo andati a visitare la tomba di Halimah, la nutrice di Maometto, infine siamo entrati nel basso recinto ove sono sepolti i martiri. Le tombe erano segnalate da ovali di pietra posti l’uno accanto all’altro.
 
   I mendicanti vi si erano dati appuntamento in gran numero. Accanto alle porte delle tombe erano accovacciate delle vecchie, che avevano davanti a sé un tappeto consunto sul quale erano sparpagliate delle monete, del valore di quelle che volevano ottenere. Molte donne di casa vecchie e giovani si disputavano l’incarico di prendere le babbucce che noi ci toglievamo e spesso il paio veniva diviso fra due di loro, che si prendevano una ciabatta ciascuna. Alcuni adulti incitavano i ragazzi ad essere ancora più rumorosi e importuni di quanto già non fossero, per ottenere dei regali dai viaggiatori. Per mia disgrazia, lo sceicco Hamid aveva la reputazione di accompagnare solo dei pellegrini ricchi e quel giorno la mia borsa si è alleggerita di tre dollari. Devo anche aggiungere che, benché quel mattino più di cinquanta donne, per sdebitarsi della mia generosità, si fossero impegnate a supplicare Allah affinché guarisse il mio piede, non ho constatato alcun miglioramento.  

 
 
   Lungo la strada da Yanbu a Medina avevo stretto amicizia in segreto con un mujrim dei Benu-Harb. Questo nome antico, classico fra gli Arabi, vuol dire ‘peccatore’. Pensando che fossi spinto da un segreto interesse alla realizzazione del viaggio da Medina a Maskat, quest’uomo si era impegnato a chiedere informazioni e a venire a riferirmele verso mezzogiorno, quando gli occupanti della casa erano immersi nel sonno/facevano la siesta. Egli aveva anche quasi acconsentito a partire con me, travestito da beduino, verso il Mare delle Indie. Ma, all’apertura delle ostilità, il nostro mujrim non voleva abbandonare i fratelli della sua famiglia, già poco numerosi, e mi ha proposto di rimandare la partenza alla fine di settembre. L’ho incalzato con molte domande e alla fine ha ammesso che nessun viaggiatore, neppure un beduino, sarebbe riuscito ad arrivare anche solo a Khaybar in condizioni di sicurezza. Così ho dovuto rinunciare al mio progetto di attraversare la penisola araba in diagonale, da nord ovest a sud est.
 
 
   Avevo deciso di unirmi alla Kafilat el-Tayyarah, la “carovana veloce”, che partiva per la Mecca il 3 settembre e viaggiava a marce forzate. Ma la mattina del 30 agosto, di buon’ora, è arrivato di corsa lo sceicco Hamid, esclamando: “Andiamo, Effendi, preparatevi subito! La seconda carovana non ci sarà e tutti i pellegrini partono domani. Possa Dio preservarti da ogni male! In che condizioni sono i vostri otri? Pensate che dovrete attraversare il Darb al-Sharki e non troverete una goccia d’acqua per tre giorni!” Questa terribile notizia, che terrorizzava il povero Hamid, mi riempiva di gioia. Nessun Europeo aveva mai viaggiato prima lungo la celebre strada di Zubaydah e di Harun al Raschid, nel deserto del Nejid.

 
   Contavamo di partire l’indomani di buon mattino, perciò non c’era tempo da perdere. Per 80 piastre, Mohammed mi ha procurato un shugduf, una lettiga doppia, che ha resistito per tutto il viaggio. Per altre quindici piastre ha acquistato un shibriyah, un lettino per lo sceicco Nur, che non gradiva dormire sulle casse. Il giovane ha lavorato alacremente tutto il giorno, rivestendo di tappeti la lettiga, riparandone le parti rotte e sistemando all’interno e all’esterno delle grandi tasche piene di provviste e dei cestini nei quali sistemare le brocche piene di acqua fresca.
 
   Nel frattempo, lo sceicco Nur ed io abbiamo ispezionato gli otri e ne abbiamo trovati due molto danneggiati dai topi. Non c’erano operai disponibili per fare il lavoro, neanche a pagarli a peso d’oro, perciò mi sono messo io stesso a fare le riparazioni, mentre Nur si incaricava di mettere insieme le provviste per le due settimane di viaggio: riso, farina, cipolle, datteri, pane azzimo, curcuma, formaggio, limette, tabacco, zucchero, tè e caffè.
 
 
   Hamid si è incaricato di persona del negoziato più importante, quello di procurarci un cammelliere fedele. Mi ha portato un beduino della famiglia degli Hamida, chiamato Ma’sud, con la barba bianca e gli arti coperti di cicatrici. Quando ci siamo messi d’accordo sulle condizioni del viaggio e l’uomo si è allontanato con suo figlio, lo sceicco Hamid mi ha raccomandato di non trascurare di nutrirli bene e di non lasciare mai passare più di ventiquattro ore senza immergere le mie mani nel piatto insieme a loro, per restare sempre malihin con loro, vale a dire ‘in rapporti di sale’, ovvero di ospitalità. Mi ha raccomandato inoltre di far caricare gli otri sul cammello davanti a me, per averli sotto controllo, sistemandoli con l’imboccatura ben chiusa e rivolta verso l’alto. Dovevo fare in modo di avere sempre una buona provvista di acqua e chiuderla nella mia tenda di notte.

 
  Abbiamo passato la sera a pagare i piccoli debiti, atto che gli Orientali rimandano sempre all’ultimo momento. Lo sceicco Hamid mi aveva trattato in modo così ospitale e aveva accennato così spesso alle sue difficoltà che non potevo chiedergli la restituzione delle cinque sterline che gli avevo prestato a Suez. I suoi fratelli hanno ricevuto un dollaro o due ciascuno e un paio di suoi cugini mi hanno dato a intendere che un trattamento simile nei loro confronti avrebbe incontrato la loro approvazione.
 
   Poi abbiamo portato giù i bagagli e li abbiamo ammucchiati davanti alla casa, in modo che fossero pronti a essere caricati al primo segnale di partenza. Era giunta notizia che il grosso della carovana si sarebbe messa in marcia verso mezzanotte. Abbiamo atteso fino alle due, poi, non udendo colpi di fucile e non vedendo arrivare cammelli, abbiamo deciso di impiegare dormendo le poche ore di buio che restavano.
 
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