SPLENDORE E SQUALLORE DELLA VITA NOMADE - Copia - www.richardandisabelburton.com

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                                                          SPLENDORE E SQUALLORE
                                                              DELLA VITA NOMADE

La poesia dei beduini riflette la vita di questo popolo nei giorni
lieti e gloriosi dell’antica era pagana, lo splendore e lo squallore che
caratterizzavano le giornate dei figli del deserto, prima che l’Islam, al pari
della fede che intendeva abolire, gettasse su quelle menti una nube grigia.
In un’aria pura come l’etere, il colore dorato e l’azzurro oltremare del cielo si fondevano all’orizzonte con il verde trasparente come il Kaf, il leggendario pendio di smeraldo che nessuno ha mai visto.

Il deserto cambiava aspetto due volte all’anno, alternando il colore scuro della polvere nella stagione secca al  colore verde della vegetazione favorita dalle piogge. E due volte all’anno si spostava anche l’accampamento, in primavera e in autunno. Lo smantellamento della casa,  il congedo dagli amici, dai parenti e dagli innamorati, rendevano la vita multiforme. Il modo in cui veniva affrontata  garantiva a quel popolo costituzioni robuste, menti vigorose e spiriti che respiravano la vera essenza della libertà e dell’indipendenza.
  Il giorno cominciava con la bevanda dell’alba, “il vino generoso comprato con oro splendente”, che veniva versato nel calice di cristallo da una fiaschetta di cuoio oscillante nella fresca brezza. Il resto della giornata era speso nella pratica delle armi, nel gioco della freccia, al-maiser, che aveva il  vantaggio di dar da mangiare ai poveri; nella corsa, per la quale i beduini avevano una vera e propria mania ; nelle scorrerie, nella lotta e nella caccia, che formavano l’occupazione seria della sua vita. Com’erano pittoresche le scene di caccia, con i levrieri e i cavalli di purissima razza, il falcone lanciato dietro al francolino e al coniglio, la gazzella immobile con lo sguardo fisso, l’asino del deserto che si allontanava  sulle dune, le antilopi al pascolo con i piccoli, i pulcini di struzzo stretti attorno al genitore! Durante i musamarah, le conversazioni notturne  attorno al fuoco del campo, rallegrate dal menestrello e da una ragazza col liuto, che l’austero Profeta definiva “i pazzi itineranti presenti in ogni valle”. La loro filosofia di vita era in sintonia con Orazio: “Oggi beviamo, domani saremo sobri; vino in questo giorno, lavoro in quello.”

  Ogni anno vi era una tregua di tre mesi, nei quali la guerra e le vendette erano considerate sacrileghe. Le tribù si riunivano per la fiera di Ukadh, vicino alla Mecca, e in altri luoghi piacevoli e organizzavano grandi festival. I bardi si impegnavano con le canzoni a rendere omaggio alle ragazze e ai guerrieri vittoriosi della loro tribù. Lo sforzo degli altri popoli era ed è l’avere: avere ricchezza, avere conoscenza, avere un nome. I moderni hanno fatto diventare epitome di vita il fare e il soffrire. L’obiettivo della vita dell’Arabo era l’essere: essere libero, essere coraggioso, essere saggio. E la sua morte era onorevole e conforme alla  sua vita attiva: pochi beduini hanno avuto la suprema sfortuna di morire nel proprio letto di morte naturale.
  Per gli Orientali, specialmente per gli adepti, la volontà dell’uomo non è una semplice facoltà mentale, ma ha la capacità di tradursi in forza motrice, come quella che fa ballare i tavolini e provoca altre manifestazioni analoghe. Oggi si guarda a questi fenomeni come a dei giochi infantili, ma nei secoli a venire essi occuperanno un posto importante nella cinetica. Se bastano poche paia di mani appoggiate su di un tavolo pesante per farlo sollevare in aria, cosa succederà quando questa forza motrice avrà trovato il suo Franklin e sarà mostrata al mondo come il vero Vril? Nei salotti londinesi è stato fatto più volte l’esperimento di indurre un soggetto ad agire senza usare parole e gesti per comunicare con lui. Anche se è stato insinuato, da parte di qualcuno, che la sopraffazione della volontà abbia portato la persona dominata a commettere crimini orrendi, la classe medica sostiene che quando la persona plagiata rientra in possesso delle sue capacità, le manifestazioni apparse nel frattempo spariscono. Secondo me, anche le apparizioni spettrali, i suoni, gli odori anomali sono emanazioni di una Volontà che li ha ‘creati’.

  Nel pensiero orientale, la Mano Creatrice che plasmò il fango dandogli forma umana è un lieu commun. La storia del Vasaio e dell’Argilla risale all’antico Egitto. A Philae, il dio Cneph “sedendo come il vasaio davanti alla ruota modella la creta e dona lo spirito della vita alle narici di Osiride”, lo stesso che nella Genesi è chiamato respiro. Nei libri Veda c’è l’Essere “dal quale il vaso fittile è stato creato, la creta con la quale è stato fabbricato.” In Geremia (XVIII, 2) c’è la frase: “Alzati e vai fino alla casa del vasaio”; e nei Romani (IX 20) la domanda: “Non ha forse il Vasaio potere sulla creta?” La figura del Vasaio appare inoltre in Umar Khayyam (No. XXXVII):

         For I remember stopping by the way
        To watch a Potter thumping his wet Clay:
        And with its obliterated Tongue   
        It murmur’d –“Gently, Brother, gently, pray!”   
      (“Ricordo di essermi fermato lungo il cammino/ per osservare un Vasaio che batteva l’umida creta/ e             che, con la sua lingua tutta obliterata/ diceva – Dolcemente, fratello, dolcemente, prega!”

Da ultimo il Vasaio appare nel Kasidah di Haji Abdu-el-Yezdi:

      The First of pots the Potter made by Chrysorrhoas’ blue-green wave;
      Methinks I see him smile to see what guerdon to the world he gave.
     (Il Vasaio che fabbricò il primo Vaso d’oro/ mi sembra di vederlo sorridere nel vedere quale ricompensa        abbia dato al mondo.

  Il beduino di bassa lega è un traditore nato, che considera il fair play una cosa stravagante o una forma di codardia. Unisce la crudeltà del gatto alla selvatichezza del lupo e non vi è giuramento o gentilezza che lo vincoli. Quanti Inglesi hanno perso la vita perché non conoscevano questa semplice verità! Questo popolo non è cambiato dai giorni di Mandeville, che nel 1300 scriveva “Gli arabi detti beduini e ascopard  sono malvagi, sleali, di natura maledetta.” A quel tempo, essi erano armati solo di scudo e di lancia. Oggi, purtroppo per i viaggiatori, essi hanno fucili a miccia e molte tribù fabbricano una cosa che per cortesia chiameremo polvere da sparo.
  Le relazioni fra una tribù beduina e l’altra possono essere  di tre tipi: asab, quando sono alleati per l’offesa e la difesa e si sposano tra di loro; kiman, quando è in corso una ostilità sanguinosa; ihwan (plurale di qaum)quando sono fratelli. Quest’ultima è una faccenda complicata. ahawat, fratellanza, indica il legame fra una tribù che protegge e una che è protetta oppure fra una tribù che vive in un certo  territorio e il viaggiatore. Quest’ultimo deve pagare una piccola tassa, detta al- riktah, per diventare dahil e avere diritto a un aiuto fraterno.

  Gli Orientali hanno molti modi di stringere un patto di fratellanza. Il munh-bola-bhai, fratello di nome, è molto comune in India, dove la profonda socialità degli abitanti li porta a considerare  l’isolamento come qualcosa di terribile. E’ anche vero che trovarsi indifesi in una società primitiva è qualcosa di terribile. Di qui ha origine anche il sistema delle caste, del quale parlo nel mio libro Pellegrinaggio. Il patto di alleanza dei Musulmani non prevede il rito di bere alcune gocce di sangue dell’altro. Nelle Gesta Romanorum vediamo che questa usanza era praticata anche in Europa. Nel Racconto LXVII, il Cavaliere Saggio e il Cavaliere Sciocco “cavarono sangue dal braccio destro per berlo”.
  Nell’Oriente musulmano, lo schiavo si considera superiore all’uomo libero che fa lavori umili. Vorrei che questo fatto si imprimesse bene nella mente dei filantropi, che si battono contro la schiavitù. Lo zelo di questi uomini onesti supera di gran lunga la loro conoscenza della situazione. Un padrone considera disonorevole liberare il proprio schiavo senza delle buone ragioni, perché lo condannerebbe a morire di fame. Il provvedimento di Sir Charles Napier, volto a liberare i negri del Sind, aveva causato i lamenti degli schiavi, che la filantropia inglese destinava a soffrire se non a morire. Il desiderio più grande di uno schiavo non è di ottenere la libertà, ma di possedere a sua volta uno schiavo. I bey mamelucchi, conosciuti in Egitto come qudhat, ordinarono a sistema questa aspirazione.
 
 La posa napoleonica con le braccia incrociate sul petto è la stessa che i servi e gli  schiavi orientali assumono davanti al padrone. Chi manda statue agli anglo-indiani dovrebbe tenerlo presente.
  Un servitore, appena tornato da un viaggio, manifesta al padrone l’onore che gli è dovuto apparendogli dinanzi senza essersi cambiato né lavato.
  Le grandi biblioteche erano ben note agli Arabi. Un uomo colto viaggiava sempre con un seguito di cammelli carichi di dizionari.
  Al-Hariri scrive che “l’ospitalità è di tre giorni”. Il Profeta lo conferma con uno hadis: “L’intrattenimento dell’ospite è di tre giorni, il viaticum, (giazah), è per un giorno e una notte. Tutto quello che eccede è un dono caritatevole.” Il primo giorno si mostra verso l’ospite maggiore  generosità e cortesia, il secondo e il terzo giorno lo si tratta secondo le normali abitudini di casa. Al momento della partenza, gli si dà cibo per un giorno e una notte di viaggio.

   “Siamo in rapporti di sale” dicevano gli Arabi per indicare i buoni rapporti. Oggi, però, il viaggiatore non deve più fare affidamento su questo impegno, un tempo sacro. Vi sono tribù che ti danno il pane con una mano e una pugnalata con l’altra. Per quanto riguarda il sale nelle frasi idiomatiche, vi è una curiosa differenza fra Oriente e Occidente. In Inghilterra, esso compare in frasi idiomatiche che riguardano l’invidia o l’inospitalità. Succede in espressioni come: “essere seduto come ospite di riguardo” o “essere seduto in fondo alla tavola con i servitori”. Presso gli antichi, l’espressione “ha mangiato pane e sale” significava “ha giurato”, perché il sale veniva consumato in occasione dei giuramenti. Anche la ‘Torta della Sposa’, confezionata con farina, sale e acqua era simbolo dell’impegno assunto.
  Presso gli antichi beduini era sufficiente sputare su di un uomo in segno di supplica per essere autorizzati a richiederne la protezione. Per prevenire questa mossa, i ladri di cavalli venivano messi in una buca del terreno e poi coperti con una stuoia. Anche il cavalleresco Saladino non permise al ladro Reynald de Chatillon di bere l’ultimo bicchiere d’acqua prima di essere messo a morte.    
    In Oriente, l’etichetta richiede che si debba rifocillare l’ospite prima di chiedergli il contenuto dell’ambasciata che porta con sé. La Porta Sublime, nei giorni del suo massimo splendore, aveva approfittato di quest’usanza per insultare tutti gli ambasciatori dei più potenti stati europei. I vecchi highlander scozzesi non chiedevano mai il nome o il clan di appartenenza di un’ospite sconosciuto prima di dargli da mangiare, per paura che si rivelasse un nemico.

  La poesia araba parla spesso dei falò accesi per gli ospiti. Al-Hariri li celebra così: “In cima alla collina, ho appiccato un fuoco di segnalazione.” Il falò, infatti, veniva acceso sulle alture nei dintorni dell’accampamento, per guidare i viaggiatori sorpresi dalle tenebre. Lamiatu-l-Arab dice: “Nei luoghi sopraelevati, è sempre acceso il fuoco dell’accoglienza.” Gli Arabi dell’Ignoranza usavano in molti modi questo telegrafo naturale. Quando partiva un ospite detestato, accendevano il Falò del Rifiuto e gridavano: “Allah, portalo lontano da noi!” Non vi era azione più ignobile di quella di spegnere questo fuoco. Per questo, in segno di offesa verso la tribù dei Fazar si diceva:

        Ne’er trust Fazar with an ass, for they
        Once roasted ass-pizzle, the rabble rout:
        And, when sight they guest, to their dams they say,
        “Piss quick on the guest-fire and put it out!”

  L’obbedienza ai bambini è un tema comune nel folklore popolare orientale. Alla base di questo atteggiamento vi è l’idea che i genitori considerano i figli troppo intelligenti per loro; non, come nel Nuovo Mondo, che la gioventù ha diritto di precedenza e di comando del Tempo.
  L’aurah (luogo delle vergogne) dell’uomo va dall’ombelico alle ginocchia. Quelle della donna va dalla cima della testa fino alla punta degli alluci.
  Nei paesi musulmani, la brutalità della folla è fenomenale, non vi è alcuna pietà verso il condannato. Alle esecuzioni capitali, le donne hanno parte attiva nell’insultare il reo e nel tormentarlo, strappandogli i capelli e sputandogli in faccia. E’ la stessa brutalità istintiva degli uccelli e delle bestie selvatiche, che fanno a pezzi un compagno ferito.
  Un gesto di generosità come quello di far dono di una donna cara in cambio di un servizio trascurabile, agli Europei appare pressoché folle. Ma anche se di solito un Arabo, a differenza del suo cugino ebreo, non è molto generoso, questo gesto, che dimostra quanto sia elevato il suo ideale di generosità, appartiene al costume. “Chi è liberale è amico di Allah, sempre, anche se è un peccatore. Chi è avaro è nemico di Allah, sempre, anche se è un santo.’ I musulmani dell’India chiamano il taccagno makhi-chus (mosca succhiatrice).

 La facilità alle lacrime, che contrasta con lo stoicismo esteriore della moderna civilizzazione, è una caratteristica tipica degli Arabi. Gli Orientali, come gli eroi di Omero o i personaggi di Boccaccio, non si vergognano di un buon pianto, che noi consideriamo invece come un segno di isteria femminile. I nobili Arabi raramente mostrano i denti in una risata. Per questo, quando capita, è una cosa degna di essere raccontata dai biografi. Gli scrittori arabi parlano spesso della bellezza del sorriso, ma non della risata, che considerano poco dignitosa. Un musulmano dice: “Non sghignazzare (qahqaha) in quel modo; lascia lo sghignazzo e il sogghigno alle scimmie e ai Cristiani.” Gli Spagnoli, un popolo austero, osservano che il Cristo non rideva mai.
  Vorrei attirare l’attenzione del lettore su una mia teoria. Secondo me, la risata di cuore ha il suono delle vocali a e o. Le altre vocali si addicono alle risate più leggere.
  Nel temperamento malinconico o saudawi prevale la bile nera, che causa disgusto per la società, desiderio di solitudine, temperamento instabile e noncuranza per gli affari del mondo. In Arabia, ho notato che ne soffrono gli studenti. E non vi era quasi filosofo o letterato di Medina e della Mecca del quale non si parlasse come di un saudawi.
  Le bellezze della natura sembrano avere l’effetto di stimolare l’appetito degli Orientali, specialmente dei Turchi. Sugli Inglesi sono le buone notizie ad avere lo stesso effetto.



 Il camaleonte è detto abu qurrat, cioè padre della freddezza. Lo si considera totalmente insensibile al caldo e alla luce e si pensa che abbia gli occhi più freddi di tutto il regno animale, dato che li ha sempre puntati verso il sole.
  Gli enigmi sconcertanti che prevedono risposte intelligenti, sono un esercizio prediletto in Oriente, come lo era nell’Europa medioevale. Per quanto ne sappiamo, gli enigmi ebbero origine con la Sfinge. RaccontaJosephus che Salomone propose a Hiram di Tiro enigmi che nessuno riuscì a risolvere, all’infuori di Abdimus, figlio del prigioniero Abdaemon.    
  A proposito delle Piramidi, io sono convinto che quella più grande contenga molte stanze che a tutt’oggi non sono state aperte. Il dr. Bey del Cairo ha proposto di perforare i blocchi con la stessa tecnica usata per scavare i pozzi artesiani.
  La storia del califfo Al Maamun e delle Piramidi d’Egitto si basa su fatti storici. Essa suggerisce un paragone fra le superstizioni del medioevo musulmano e quelle dell’Occidente del XIX secolo e che ai nostri discendenti appariranno curiose e bizzarre quanto quelle delle Notti.
  I ‘miracoli minori, che destano sorpresa e curiosità’ sono una forma blanda di taumaturgia. Uno di questi, registrato con grande serietà, si è verificato nel Dabistan. Il santo Jamen è riuscito ad aprire, con il suo membro eretto, il samran, il braccialetto di perline che la bella Chistapa portava al braccio. Jamen ha “dimostrato in questo modo la sua forza virile e il suo grande autocontrollo.”

  Gli Arabi continuano ad avere sulle pietre preziose le superstizioni che avevamo noi nel Medioevo. Citerò alcune di queste fantasie. Il rubino calma la sete, rinvigorisce l’attività cardiaca, allontana la peste e i fulmini. Il diamante guarisce i malanni, è specifico contro l’epilessia e la possessione di spiriti maligni. Questa è anche la caratteristica dello smeraldo, che in più cura l’oftalmia, previene le punture di scorpione e i morsi di serpenti velenosi, accecandoli. Il turchese è di buon auspicio, annulla gli incantesimi e rinforza la vista. Se indossato come anello, fa aumentare il latte alla madre. Per questa sua proprietà, si mettevano collane di turchese anche alle mucche. Il topazio, di colore giallo, protegge dall’itterizia e da altre disfunzioni biliari. L’ematite fa svaporare la collera agli uomini, arresta le emorragie, guarisce il mal di denti, protegge contro la sfortuna, è una garanzia di felicità e di lunga vita. L’occhio di gatto nullifica Al’ Ain, l’influenza maligna dello sguardo. Se indossato in battaglia, rende invisibili al nemico.
  I Musulmani considerano il rubino un minerale cotto in profondità dal sole, che si trova solo sulla sommità delle montagne inaccessibili agli scalatori. L’origine di questa credenza deriva dalla leggenda sul Bara Khsan, considerato la patria dei rubini. Si narra che quelli che si sono avventurati per i suoi sentieri scoscesi ed hanno scalato le sue rocce puntute si siano rotte l’osso del collo precipitando nei burroni.
  Il destino dell’uomo, si dice, sia scritto sulle ossa del suo cranio. Le suture rappresentano l’insieme delle parole del testo.

   Si credeva che il fuoco avesse la proprietà di proteggere la madre e il bambino dagli spiriti maligni, i jinn. I Romani accendevano candele nella stanza della puerpera e adoravano la dea Candelifera. Presso di loro, il termine Candelaria era applicato alla B.V. Brand, nelle Antichità Popolari, menziona una superstizione femminile: “Le madri non si fidavano a lasciare un neonato solo nella culla senza una candela accesa vicino.” Questo comportamento era dettato dalla paura della diavolessa, a cui fa riferimento anche Milton nel ParadiseLost (II, 662). La stessa idea prevaleva in Scozia, in Germania e in Svezia, dove si credeva che, se la candela si fosse spenta, il bambino sarebbe stato portato via dai Troll. Questa credenza è stata rintracciata anche fra i Tagiki di Bukhara e nella penisola malese, dove è stata probabilmente importata dagli indù o dai musulmani.   
    Per ragioni derivanti da superstizione, le donne musulmane spesso cambiano il loro nome o lo nascondono al marito e alla sua famiglia.
  Gli Arabi, e specialmente i beduini, considerano il fischiare una specie di linguaggio diabolico. Il viaggiatore dovrebbe evitare di emettere questo suono, che ha il sapore di idolatria. Nel Corano (cap. VIII 35) troviamo scritto: “La loro preghiera nella Casa del Signore (Ka’abah) non è altro che fischiare e battere le mani”. La tradizione dice che molti dei Jinn al posto della bocca hanno dei buchi rotondi. Il loro discorso consiste nel fischiare, una sorta di linguaggio degli uccelli simile all’inglese sibilante.
  Nei giorni del paganesimo ignorante, gli Arabi credevano che il sangue o il cervello, l’anima o la personalità  di un uomo assassinato si mutassero in un uccello chiamato Assadi o Hamamah, che scaturiva dalla testa, dove hanno sede quattro o cinque sensi. Questo uccello visitava la tomba dell’ucciso gridando “Usquni!”, cioè “Dammi da bere!” (il sangue dell’omicida) Dopo che la vendetta era stata consumata, l’uccello spariva. Maometto proibì questa credenza. Gli Slavi del sud credono che il cuculo sia la sorella di un uomo ucciso che chiede vendetta.
              
  Vi sono una quarantina di segni, alcuni dei quali  -  una spirale di peli sul petto, ad esempio, che denota che il cavaliere è un cornuto – così nefasti, che il cavallo può essere comprato quasi per niente. Grande attenzione è dedicata anche al colore. I preferiti sono il baio scuro con punti neri e il grigio maculato di puntini rossastri che, invecchiando, si imbianca. I meno amati sono il maltinto, quello color crema, il nero e il pomellato. Gli ultimi due sono molto rari.  
“Il sole non batterà su di te di giorno, né la luna di notte” (Salmo CXXI 6). Gli Orientali, a differenza dei popoli del Nord Europa, che li vedono in diverse condizioni, continuano a credere che i raggi lunari abbiano effetti dannosi. Ho visto un Arabo arzillo e vigoroso cambiare aspetto dopo che era stato seduto per un’ora al chiaro di luna. Aveva assunto l’aria di chi si è appena alzato da un letto di dolore. In India ho conosciuto un inglese la cui faccia era rimasta  temporaneamente paralizzata dopo essere stata esposta ai raggi lunari durante il sonno.
    Gli Europei non sanno nulla dei fellah. Napoleone Bonaparte, per motivi politici, aveva finto di averne pietà e di provare orrore per gli oppressori, i bey e i pascià. Questo sentimento si era a poco a poco allargato, diventando generale. Ma il fellah ha bisogno di essere dominato o di dominare. Non vi è regime del quale sia più contento di quello dispotico e non è mai stato più infelice che sotto l’amministrazione britannica. I nostri sforzi di rendere democratico il suo modo di pensare ci ha solo resi ridicoli.    

  I novellieri orientali, al pari degli occidentali, provano gusto nel fare il ritratto di furfanti e uomini malvagi e le loro descrizioni sono eccellenti. I buoni, al contrario, risultano sempre scialbi e poco pittoreschi. Così, il vero eroe del Paradiso perduto di Milton è Satana mentre, al suo confronto, Dio e l’uomo risultano molto ordinari. Allo stesso modo, Mefistofele è una compagnia più interessante di Faust e di Margaret.   
  Per gli Arabi, i figli maschi sono una proprietà altrettanto preziosa della ricchezza. Senza di loro, i soldi non avrebbero alcun valore. Maometto mette insieme il benessere e i figli, perché sono le due cose che tengono lontani i mali di questo mondo, anche se sono impotenti contro quelli dell’aldilà.
  L’Asl (origine) influenza la condotta di un uomo nel corso della vita. Troviamo lo stesso principio anche nei proverbi e nel folklore occidentali, come nell’adagio: Bon sang ne peut mentir.
    Il Tappeto Volante della leggenda è quello di Sulaiman ben dawud. Era di zendado verde, ricamato d’oro e d’argento e tempestato di pietre preziose. La sua lunghezza e ampiezza erano tali da offrire posto a tutti gli ospiti del Re Saggio; gli uomini stavano a sinistra del trono, i jinn a destra. Quando tutti si furono sistemati, si alzò il vento, comandato dal re, che li portò dove voleva il Profeta, mentre uno stormo di uccelli li sorvolava proteggendoli dal sole.

  Anche nell’Europa medioevale vi era una leggenda che lo vedeva protagonista.
  “Una sera, il duca Riccardo, soprannominato Riccardo Senza Paura, stava passeggiando con i suoi cortigiani nella foresta di Moulineaux, vicino a uno dei suoi castelli sulla Senna. Ad un tratto, sentì un forte rumore. Mandò uno dei suoi scudieri a vedere che cosa stesse succedendo. Questi tornò dicendo che c’era un gruppo di persone con a capo un re. Riccardo partì allora con cinquecento Normanni coraggiosi per andarli ad affrontare. Giunto sul luogo, vide uno spettacolo al quale i contadini del posto assistevano due o tre volte la settimana e di cui non avevano la minima paura. Vi era una truppa, preceduta da due uomini, che stavano distendendo una stoffa  sul terreno. La loro vista spaventò i Normanni, che scapparono, lasciando solo il Duca. Egli vide gli stranieri disporsi in cerchio sul tessuto e chiese loro chi fossero. Gli fu risposto che erano gli spiriti di Carlo V re di Francia e dei suoi servitori che, per espiare i propri peccati, erano costretti a combattere tutta la notte contro i cattivi e i dannati. Riccardo volle unirsi a loro. Dopo aver ricevuto l’ordine di non abbandonare mai il tessuto, per nessuna ragione, venne portato dagli spiriti verso il monte Sinai. Qui, egli li lasciò senza abbandonare il panno e disse le sue preghiere nella chiesa dell’abbazia di S. Caterina, mentre loro combattevano. Ritornò con loro alla fine del combattimento. Come prova della veridicità di questa storia, egli portò indietro mezzo anello di matrimonio di un cavaliere che era in quel convento e la cui moglie, che lo aveva dato per morto, stava per risposarsi.”        
  L’intelligenza è un argomento prediletto nel folklore arabo. Al-Muzani, Qadhi di Bassora, vissuto nel secondo secolo. Una volta, sentendo un Ebreo che metteva in ridicolo il paradiso musulmano, dove i beati mangiavano e bevevano ad libitum senza espellere nulla, gli domandò se evacuasse tutto il cibo che mangiava. L’Ebreo gli rispose che Dio trasformava in nutrimento una parte degli alimenti e il Musulmano prontamente replicò: “Allora perché non tutto?” Una giorno in cui si trovava in un cortile, disse che sotto alle mattonelle vi era un animale. Dopo che furono rimosse, venne trovato un serpente. Egli aveva notato che due delle piastrelle mostravano dei segni di umidità che le altre non avevano e ne dedusse che lì sotto doveva esserci un animale che respirava.
  Al-Maidani racconta che, sentendo abbaiare un cane, egli aveva affermato che l’animale era legato al bordo di un pozzo. Il motivo di questa deduzione era l’eco che seguiva al latrato. Due uomini vennero un giorno da lui. Uno dei due, il querelante, voleva la restituzione del denaro ricevuto dal convenuto, che negava il debito. Iyas chiese allora all’attore dove avesse consegnato all’altro il danaro e lui spiegò quale fosse l’albero. Il giudice lo invitò quindi a recarvisi, per rinfrescare la memoria. In sua assenza, chiese alla persona citata in giudizio se ritenesse che il suo avversario fosse già arrivato sul luogo. “Non ancora – rispose il furfante, dimenticando quanto aveva sostenuto fino ad allora – l’albero è piuttosto lontano.” Questa risposta lo portò in prigione. Vedendo la reazione di tre donne a un segnale di pericolo, Iyas disse: “Una di loro è incinta, un’altra sta allattando, la terza è vergine.” Egli spiegò in questo modo la sua valutazione del fatto: “Quando si trovano in una situazione di emergenza, le persone portano istintivamente le mani verso quanto hanno di più prezioso. Ora, io ho visto la donna incinta posare le mani sul ventre mentre fuggiva. Questo indica che aveva un bambino in grembo. La nutrice ha posato le mani sul seno, per cui ho saputo che stava allattando. La terza ha coperto con le mani le parti intime, rivelando di essere una vergine.” (Al-Hariri, Chenery).

      L’Islam si fonda sull’idea di una repubblica nella quale tutti gli uomini sono uguali e nella quale anche la persona più umile può aspirare alle più alte cariche. Illustrando l’ascesa nella scala sociale di uomini di bassa estrazione e senza educazione, Gauttier fa l’esempio di un suo contemporaneo, il famoso Mirza Mohammed Husain Khan. Costui era un baqqal, un fruttivendolo, nominato primo ministro alla corte di Fattah ‘Ali Sha. Questo fu l’ultimo lampo dello splendore iraniano e della sua autocrazia, ma l’Iran è una terra sulla quale la Natura ha scritto Resurgam. Nonostante la sua attuale anomala posizione fra due imperi che la mettono in ombra - quello britannico in India e quello russo in Asia – essa ha ancora un ruolo nella storia.
  As’ab, uno dei servi del califfo Osman, era proverbiale per la sua avidità. Come Micawber,  sperava sempre in un colpo di fortuna. Lo scoliaste Assarihi di Xeres lo descrive in stile teofrastico in questo modo: “Non ha mai osservato un uomo mettere le mani in tasca senza aspettarsi una mancia. Non ha mai guardato passare un funerale senza sperare in un’eredità. Non ha mai visto passare un corteo nuziale senza correre a preparare la propria casa, nella speranza che la sposa vi fosse condotta per sbaglio.” Quando gli fu chiesto se avesse mai conosciuto un altro essere più avido di lui, rispose di sì, raccontando: “Sul tetto a terrazza della mia casa, tenevo una capra. Un giorno, essa scambiò l’arcobaleno per un rotolo di fieno. Spiccò un salto per afferrarlo, ma cadde e si ruppe l’osso del collo.” Da allora, la capra di Ash’ab divenne un simbolo di avidità.

  Gli occhi blu hanno una cattiva reputazione in Arabia e in India. La strega Zarka era famosa per avere gli occhi di questo colore. L’espressione “dagli occhi blu” spesso significa “dagli occhi feroci” con riferimento ai Greci e ai Dailamiti, nemici mortali di Ismaele. Gli Arabi dicono: “baffi rossi, occhi blu, cuore nero”.
  Al’ajalah cita un detto che è sempre presente sulla bocca dei Musulmani: “La pazienza proviene da Alla il Protettore, la fretta proviene dall’Inferno. Questo proverbio e l’espressione: “Inshallah bukra!” (A Dio piacendo, domani) sono le bestie nere del viaggiatore.
  Per ringraziare qualcuno di un favore, il musulmano benedice chi glielo ha fatto con la formula  ‘kathara Allahu hairak’ (Che Allah aumenti la tua prosperità!) e alcune altre perifrasi. Gli augura anche: “Possa la tua ombra non essere mai minore!” che significa “Possa tu stendere sopra di me il tuo riparo e la tua protezione per sempre.” I vecchi viaggiatori in Oriente sanno che non è ingratitudine, anche se “il senso vivo dei favori che verranno” è altrettanto pronto in Oriente che in Europa. Gli Orientali pensano di avere diritto al surplus degli altri. Il pane deve essere diviso e mangiandolo, essi lo considerano proprio. Ho trattato questo punto nelPellegrinaggio, opponendomi a quelli che dichiarano che la gratitudine è sconosciuta ai musulmani.

  Dice il Corano: “Quando vi salutano d’un saluto, salutate con uno migliore o rendete quel saluto, perché Dio d’ogni cosa tien conto.” (Sura IV, 86). Spesso la formula di risposta è: “La pace sia con te.”
  Il viaggiatore attento avrà avuto modo di osservare che nei paesi orientali la serie di trilli a voce sempre più acuta, con la punta della lingua battuta velocemente contro il palato, viene chiamata da alcuni ziralit o zagalit. Un esploratore racconta che questo gorgheggio è stato eseguito per la prima volta al matrimonio di Isacco e Rebecca. Il termine arabo classico è tahlil, quello persiano kil.
   Dopo il bagno o la rasatura del capo si dice na’iman. La frase appropriata per la risposta – in Oriente ogni frase di convenevoli ha la sua corrispondente - è: “Che Allah ti favorisca!” Nel mio Pellegrinaggio ho fatto alcuni esempi di botta e risposta in rima, che prendono di mira anche l’amore. “Hania’n!”, “Piacere a te!” si dice a un uomo che sta bevendo. “Allah yuhannik”, cioè “Che Allah ti dia gioia!”  



 Nei paesi a clima caldo come l’Egitto, i morti sono seppelliti in fretta, anche a rischio di interrarli vivi. Questa pratica sembra quasi istintiva ed è confermata dai seguenti detti: “Quando muore qualcuno della vostra famiglia, non tenetelo in casa, ma portatelo subito nella sua tomba”. E anche: “Prepara in fretta la bara. Se il morto è stato un brav’uomo è giusto dargli onorata sepoltura, se è stato malvagio, è ragionevole toglierlo rapidamente di torno”:
  Ogni cimitero musulmano ha un edificio dove le donne oneste possono sedere per piangere, senza essere viste dalla folla. Le visite ai defunti sono imposte dall’Apostolo: - “Frequenta il cimitero, ti farà pensare alla vita futura!” E anche: “Chiunque si reca tutti i venerdì alla tomba dei suoi genitori sarà considerato un figlio devoto, anche se era stato disobbediente quando erano in vita.” La costruzione ha una struttura simile a quella delle cappelle mortuarie europee. Said, Pascià d’Egitto, ne aveva gentilmente fatto erigere una sull’isola al largo di Suez perchè le signore inglesi avessero un luogo protetto per dare sfogo al pianto per i cari defunti, ma non ho mai sentito che alcuna di loro vi si sia recata.    
  La tomba musulmana è coperta da un arco di mattoni intonacati ed è abbastanza ampia da permettere al defunto di tirarsi su a sedere per rispondere agli Angeli Interroganti. La terra non deve toccare il corpo, per non causargli tormento. Le tombe dei poveri sono composte da una nicchia (allahd) sporgente dalla fossa, rozzamente ricoperta con paglia e foglie di palma.

  I beduini trasportano la salma al cimitero a dorso di cammello. Per questo, sognare un cammello è considerato presagio di morte.
  L’Islam non incoraggia i pianti per i defunti. Il califfo Abu Bakr diceva: “Per colpa del pianto dei vivi, la salma è irrorata di acqua bollente”, alludendo alla punizione per non aver preso provvedimenti da vivo  per prevenire i lamenti. Questa usanza proviene dall’Africa, da dove ha raggiunto l’Egitto. Il loro canto funebre ha una struttura curiosa. Per gli Zoroastriani, tutte le lacrime versate per i morti finiscono all’inferno, dove formano un fiume nero e glaciale.
  In Egitto, come nella Roma repubblicana, il colore del lutto era il blu scuro. I Persiani sostengono che fu Qai Qwus, vissuto nel 600 a.C., a introdurre questo colore, che portò per la morte del figlio Siyawush. Il blu fu portato per l’ultima volta alla morte di Husain, nel 10° del muharram (il primo mese dell’anno musulmano, che allora rappresentava l’equinozio di primavera). Dopo di allora venne sostituito dal nero. Ma i Musulmani non portano questo simbolo di dolore detto hidad, lo considerano anzi idolatra ed estraneo alla loro cultura. In Egitto, specialmente nella regione dell’Alto Nilo, le donne manifestano il lutto colorando le mani con l’indaco e dipingendosi la faccia di nero.
  Gli abitanti del deserto amano essere sepolti sul pendio di una collina, da dove possono continuare a vedere l’accampamento e chiamare a gran voce gli amici e i cavalieri che passano vicino alla tomba. Ne abbiamo un esempio in questo poema di Wetzstein:

           O bear with you my bones where the camel bears his load
           And bury me before you, if buried I must be;
           And let me not be buried ‘neath the burden of the vine
           But high upon the hill whence your sight I ever see!
           As you pass along my grave cry aloud and name your names
          The crying of your names shall revive the bones of me:
          I have fasted through my life with my friends, and in my death
          I will feast when we meet, on that day of joy and glee.

(Porta con te le mie ossa, dove il cammello porta il suo carico/ E seppelliscimi prima di te, se devo essere seppellito/ Non permettere che mi interrino sotto al peso/ carico della vigna/ Ma in alto, sulla collina, da dove ti vedrò per sempre!/ Quando passi vicino alla mia tomba grida forte e dì il tuo nome/ Sentirlo pronunciare ridarà vita alle mie ossa/ In vita, ho digiunato con i miei amici; dopo la mia morte/ festeggerò in quel giorno di gioia e allegrezza, quando ci incontreremo.)
  In passato, l’infanticidio faceva parte delle usanze di molti paesi. Oggi, esso sopravvive in Rajasthan, in Cina e in altri paesi afflitti da sovrappopolazione. Può darsi che un giorno la civiltà sia costretta a ripristinare la legge di Licurgo, che aveva proibito alle coppie di avere figli senza l’approvazione  dello stato. Il miglioramento delle capacità dei medici e delle ostetriche di salvare vite inutili e di far crescere dei semi-aborti, che servono solo ad aumentare la degenerazione della razza, è una delle maledizioni del nostro secolo. Anticamente, presso i Greci e gli Arabi le pratiche maltusiane erano portate all’eccesso. Posidippo dichiara che ai suoi tempi:

       A man, although poor, will not expose his son;
       But however rich, will not preserve his daughter.
       (Un uomo, per quanto povero, non esponeva il figlio maschio,
       ma, per quanto ricco, non teneva con sé la figlia femmina.)

  In confronto all’India, alla Cina e ad altri paesi ‘pagani’, il suicidio nei paesi islamici è relativamente raro. Come i Cristiani, i Musulmani “non hanno alcuna fretta di presentarsi al Creatore”, anche se la decisione finale poi non dipende da loro. A causa di un curioso pregiudizio, un Indù non si legherebbe mai una corda al collo per farla finita, perché in questo modo l’anima uscirebbe dal corpo attraverso un canale impuro.
  In Inghilterra, la forma più comune di suicidio per gli uomini è l’impiccagione. Seguono l’annegamento, il tagliarsi o pugnalarsi, l’ingestione di veleno, un colpo d’arma da fuoco. Le donne preferiscono il veleno e, se non è inverno, l’annegamento. Anche se in India nessun Dr. Ogle ha sinora classificato i suicidi, i casi più comuni sembrano essere il lanciarsi giù da una rupe come quella di Giruar, l’annegarsi  e il lasciarsi morire di fame. In questo paese la vita ha così poco  valore che una madre può impegnare con un voto suo figlio a suicidarsi arrivato a una certa età.       
 
  L’abito rosso è segno di vendetta e di collera. Il re persiano Fattah ‘Ali Sah, lo indossava prima di ordinare una punizione. L’abito bianco è segno di pace, di gioia e di misericordia e una morte bianca è una morte tranquilla e naturale, con il perdono dei peccati. Una morte nera è una morte violenta e terribile, come quella per strangolamento. Una morte verde è quella del derviscio, vestito di abiti rattoppati. Una morte rossa è causata da un massacro o da una guerra. Per i mistici, invece, essa simboleggia la resistenza dell’uomo alle passioni.
     Sonnini descrive una pozione fatta dalle donne egiziane con del sangue mestruale, che provoca i sintomi dello scorbuto. Le gengive si ammalano, i denti cadono, i capelli si diradano, il corpo si prosciuga, gli arti perdono forza e, in capo a un anno, sopraggiunge la morte. Egli sostiene che non vi è antidoto a questo veleno e, se questo è vero, le egiziane sono in vantaggio sulle Locustae e Brinvilliers dell’Europa moderna. L’Atta’am.è una miscela preparata in Marocco dalle donne anziane,  con ossa di morto, capelli, occhi e altri simili ingredienti. Si dice che causi una malattia debilitante, incurabile per la quale la farmacopea ufficiale non ha rimedi. Per uccidere i cani, i Musulmani inseriscono  astutamente degli aghi dentro alle polpette di carne.    

  Gli Arabi, che conoscono l’uso degli anestetici, non sembrano avere mai studiato il problema dell’eutanasia. Essi preferiscono vedere morire un uomo fra i tormenti piuttosto che somministrargli un analgesico per alleviare il dolore. Ho sentito anche dei cristiani esultare proclamando che il sofferente “era rimasto lucido sino all’ultimo”. Alla base di questo comportamento barbaro vi è la stessa superstizione che, una generazione fa, induceva l’ostetrico sciocco a non somministrare l’etere a causa del detto divino: “Tu partorirai con dolore.” (Gen. III 16). Nella campagna di Bosnia Erzegovina molti ufficiali austriaci avevano con sé delle dosi di veleno, da usare in caso fossero caduti prigionieri dei feroci selvaggi contro cui stavano combattendo. In Inghilterra, molti aneddoti su come “aiutare il povero caro a spirare dolcemente”, testimoniano che il metodo dell’eutanasia non è affatto sconosciuto alle classi più umili.        
  Con le foglie di loto si fa un’infusione per l’abluzione della salma e con il cotone imbevuto di canfora si chiudono la bocca e gli altri orifizi. Se il morto è un uomo ricco, per la suffumicazione della salma si impiegano l’acqua di rose, il muschio, l’ambra grigia, il sandalo e l’aloe.    

  I musulmani sono tenuti a fare in modo che i Veri Credenti siano seppelliti in modo decoroso. Spesso i poveri, per poter provvedere ai funerali, chiedono l’elemosina.
  Ogni città orientale ha un appellativo particolare. Al-Madinah è chiamata Al-Munawarah, l’Illuminata. per via della luce accecante che circonda la tomba del Profeta, visibile solo ai Veri Credenti.
  Una tomba onorata è adorna di nastri, anziché delle solite strisce di tessuto. Lane e molti altri sono sconcertati dall’uso di queste decorazioni che, in molti casi, sono sospese agli alberi, per trasferire su di loro e su chiunque li tocchi la malattia dalla persona. Gli Swahili chiamano questi addobbi keti, che significa luogo o veicolo, usato dal frequentatore dell’albero, che preferisce occupare la pianta piuttosto che il corpo dell’ammalato.  
        La canfora  è molto cara ai poeti arabi e odiata dai Persiani. Poiché è usata per purificare la salma, essa è per loro associata con la morte. Burckhardt (Prov. 464) dice: “Cantare senza monete è come seppellire una salma senza hanut.” L’hanut è una miscela di canfora e di acqua di rose, che viene spruzzata sul viso del morto prima di avvolgerne la salma nel lenzuolo. Per lo stesso motivo, i Persiani evitano di parlare del caffè, che si beve ai funerali. In tutte le altre occasioni essi bevono il tè.

  Durante il lutto, le donne musulmane non usano profumo né tinture.
  Secondo Burckhardt, l’aloe è piantata nei cimiteri per insegnare la pazienza. Viene anche attaccata sopra alle porte di casa, come il coccodrillo essiccato, per impedire agli spiriti maligni di entrare.  “Sospeso al muro, senza terra né acqua – dice Lane – può vivere per alcuni anni e anche fiorire. Per questo è chiamato sabr, che vuol dire pazienza.” Le due parole sibr e sabr (radice) significano anche lunga sofferenza. Sono convinto che all’origine di questa pratica vi sia una delle tante superstizioni dell’Africa centrale dove, ancora oggi, i selvaggi Gallas piantano l’aloe sulle tombe, perché credono che quando germoglia il defunto viene ammesso nei giardini di Wak, il Creatore.  




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