TEMPO LIBERO - richardandisabelburton

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                                                                 TEMPO LIBERO

Il termine arabo masharah, dal quale deriva la parola maschera,
indica il buffone, il giullare dell’Europa medioevale. Gli Albanesi lo
chiamavano suttar. Andava in giro cavalcando una giumenta, con una
coda di volpe per cui era famoso, suonando il tam-tam. Di solito, era uno
degli uomini più coraggiosi del corpo. I buffoni si sono sempre fatti notare per
le loro oscenità e, nei circhi, entravano in pista provvisti di un enorme fallo fatto di corda,
col quale assalivano uomini, donne e bambini, fra il divertimento generale.

La messa in scena è la stessa del Punch show. Tessuti trasparenti e illuminazione sul fondo, per far vedere in controluce le sagome lavorate a mano. Niente potrebbe essere più fescennino di Qaraqoz, che esibiva un fallo più lungo del corpo e che con i suoi insulti e i dialoghi osceni provocava le lamentele dei consoli. Qaraqoz aveva anche un sistema ingegnoso per far camminare il suo asino ostinato. Con il viso rivolto dalla parte della coda, saltava in groppa all’animale, gli ficcava nell’ano il pollice sinistro e lo martellava dentro con la mano destra, fino a quando l’asino partiva al galoppo. Questo tipo di spettacoli, oggi obsoleti, animavano ogni sera i giardini di Ezbekiah. “Delicias videam, Nile jocose, tuas!” diceva Ovidio.
  Il ‘mazza e palla’, cioè l’hockey a cavallo o polo, è uno dei più antichi giochi persiani, come testimoniano le illustrazioni del Firdausi Shanamah. Si giocava con una piccola palla, simile a quella della palla a muro, la kurah, e con una lunga mazza sottile dalla punta ricurva, detta chaugan in persiano e saulagian in arabo. Secondo il Burhan-i-Kati, tradotto dal Vullers (Lex. Persico-Latinum), questa parola indicherebbe invece una grossa mazza dalla testa piegata, con una palla di ferro attaccata, detta qauqabah. Questo accessorio, al pari dell’ombrello, aveva la funzione di contraddistinguere i personaggi importanti della corte. Anche una delle marchese di Waterford aveva la sua kautabah.

  Il gioco del polo corrisponde al folliculus, al gioco del pallone dell’Europa medioevale, del quale i classici cantavano: “Folle decet pueros ludere, folle senes.” Forse che oggi dovremmo interpretare diversamente il folle dei seniors, che giocano a palla o a tennis sull’erba?  
  Le corse dei cavalli sono il passatempo preferito degli arabi, amanti dell’ippica. Le loro competizioni sono però diverse dalle nostre. Sono gare di resistenza, più che di velocità. Si dice che il Profeta abbia limitato le scommesse con queste parole: “Non ci saranno scommesse tranne che sul huff (il piede del cammello), sullo hafer (lo zoccolo del cavallo, dell’asino ecc.) o sull’annasal”, il gioco del lancio di frecce e lance.
  La parola araba che indica l’estrazione a sorte con i dieci alazlam, le frecce senza testa, tre delle quali sono lisce, le altre hanno fino a sette intagli, è il maiser. Questo gioco, che causava liti e spargimento di sangue fra gli eccitabili arabi e che per questo venne proibito, prevedeva un’addharib, uno scommettitore, che tirasse le frecce. Il premio in palio era generalmente un cammello. I teologi, che hanno sempre e dovunque provato piacere nell’opprimere l’umanità, hanno esteso il divieto, sotto forma di avvertimento più che di ordine, a tutti i giochi d’azzardo. Si ritiene che tarafah, nel suo Mu’allaqat, alluda a questa pratica.     

  Il termine arabo baidak o baizak è la corruzione del nome persiano piyadah, che indica un valletto, un peone, una persona povera. Questa derivazione linguistica indica anche il paese di provenienza del gioco. I persiani sono i più veloci giocatori di backgammon che io conosca, superiori persino ai greci. E mentre tirano i dadi, indirizzano ingiurie grossolane ai padri e alle madri degli astragali. In Persia, le persone di alta classe giocano ai dadi durante i pasti, fra una portata e l’altra.  
  Barare al gioco è cosa talmente comune che gli orientali, che non possiedono l’infarinatura di civiltà degli occidentali, considerano l’inganno al gioco un peccato veniale e l’abbindolamento di un sempliciotto una cosa quasi lodevole. Se dobbiamo credere al Sig. Charles Dickens, questo succedeva anche in Inghilterra, dove le vecchie giocatrici non venivano mai perse di vista dai congiunti.
  L’espressione assah-mat, il Re è morto, rappresenta la bizzarra combinazione di un nome persiano e uno arabo. Gli Europei spiegano in diversi modi, tutti più o meno sbagliati, il termine scacco matto.  

  La maggior parte dei grandi musicisti arabi aveva un modo personale di accordare il liuto per ampliarne il registro, per facilitare l’accompagnamento di canzoni in una chiave o un ritmo insoliti, per aumentarne la sonorità. Per valutare la bravura dei musicisti, si richiedeva loro di accompagnare una canzone difficile su di un liuto appositamente scordato. Anche Ishaq al-Mawsili e suo padre Ibrahim avevano dovuto sottoporsi a questo esame. Per venire a tempi più vicini a noi, anche Paganini, prima di eseguire una sua composizione, alzava o abbassava la corda del Sol.
  Maometto condivideva l’opinione del volgo che la musica è uno strumento del diavolo. Perciò la proibì. Anche Paganini, nel diciannovesimo secolo, non è sfuggito al sospetto di avere qualcosa di demoniaco.
  L’alligiam assadid, il morso ad anello usato dagli arabi, è una cosa  crudele, ma è richiesta dalla pratica orientale di tirare su il cavallo mentre galoppa a tutta velocità. Di regola, gli arabi guidano il cavallo con mano leggera, femminile e non conoscono l’usanza barbara di restare appesi al morso con le redini. Non mi capita mai di passare per Rotten Row o di vedere un reggimento della cavalleria inglese senza desiderare che i cavalieri dispongano soltanto del filetto.  

  La maggior parte degli incantatori di serpenti egiziani sono zingari, che non amano sentirsi ricordare la loro origine. A Baroda, in Gujarat, ho partecipato alla cattura dei serpenti, cercando di impararne la tecnica, ma ho trovato questo sport troppo rischioso. Quando l’animale attacca, bisogna afferrargli la coda con la mano sinistra e far scivolare la destra su fino al collo. E’ sufficiente andare di pochi centimetri troppo oltre o fermare troppo presto la mano, perché la delicata operazione della cattura del cobra si trasformi in morte certa.
  Il serpente non punge né morde. Colpisce con i suoi denti avvelenati, inferendo un colpo verso il basso, come con un pugnale. I denti vengono estratti da coloro che addomesticano i rettili, ma crescono di nuovo e causano la perdita di molte vite. Il sistema più comune per estirpare i due uncini è quello di tenere ferma la testa del serpente e di stuzzicarlo, avvicinando e allontanando uno straccio rosso. Alla fine, dopo aver permesso all’animale di addentare il cencio, bisogna dare un forte strattone al tessuto, come facevano un tempo i contadini sbattendo la porta. Infine, bisogna tenere in basso la testa del serpente, per permettere al veleno di defluire dal sacchetto. Come sanno bene i maghi, queste gocce di colore giallastro possono essere bevute senza alcun pericolo. Sul momento il rettile appare stordito e debilitato, ma si riprende in poche ore e ricomincia a mangiare come se nulla fosse successo.



 La scuola musulmana attira la curiosità degli stranieri, pur essendo stata descritta molte volte. Quella moresca o marocchina è molto semplice. Nessun banco, nessuna cattedra, pochi libri, alcuni tabelloni bianchi, grandi come un foglio protocollo per scrivere le lezioni – dall’alfabeto ai versetti del Corano – in caratteri grandi e neri. Il corredo scolastico è completato dalla penna, l’inchiostro e una bacchetta o due. Il maestro e gli allievi - da dieci a trenta - siedono accosciati, alla maniera dei sarti. L’insegnante recita la lezione a voce alta e cantilenante, i monelli la ripetono dondolando il corpo avanti e indietro.
  Quando gli scolari sono distratti, un colpo di verga ripristina la loro attenzione. I ragazzi pigri vengono invece espulsi. I genitori pagano una somma, proporzionata alle loro possibilità, al momento dell’ammissione a scuola del figlio. Poi, effettuano un piccolo pagamento ogni mercoledì. Pagamenti più rilevanti vengono fatti a ogni luna nuova e alle feste. In occasione della ricorrenza dei festival religiosi, vi è un periodo di vacanza. Durante la settimana, il mercoledì è un giorno di mezza vacanza, il giovedì di vacanza completa, il venerdì mattina non si lavora perché è il giorno ‘dell’incontro’, del sabbath.
         
  “Dopo che hanno appreso il primo capitolo del Corano, gli allievi vengono fatti sfilare a cavallo in parata, con dietro una musica assordante. A volte, alcune persone ben disposte fanno loro dei doni di incoraggiamento. Passano quindi a imparare l’ultimo capitolo, poi il penultimo e così via, andando all’indietro, perché i capitoli iniziali sono i più lunghi. Insieme alla lettura, viene insegnata loro la scrittura, anche se non tutti gli allievi arrivano, alla fine della scuola, a saper redigere una lettera elegante. Gli scribi o talib, quindi, hanno molto lavoro.
  E’ frequente vedere questi scrivani dentro a piccole stanze aperte sulla strada, vestiti di una lunga tunica bianca svolazzante, con un grosso turbante in testa e un paio di occhiali con enormi lenti tonde. Nella maggior parte dei casi, essi hanno un aspetto venerando e rispettabile. Sul tavolo davanti a loro sono appoggiati i ferri del mestiere: penne ricavate da canne, fogli, inchiostro, sabbia al posto della carta assorbente. Spesso hanno anche un coltello e delle forbici, dentro ad una scatola che contiene tutto il loro armamentario.
  Per scrivere, essi appoggiano il foglio sulle ginocchia o su di un blocchetto di carta tenuto con la mano sinistra. Il merito maggiore della scuola orientale è la lettura ad alta voce. Il metodo viva voce è una tecnica mnemonica molto più efficace della lettura silenziosa, perché il suono delle voci insegna ai ragazzi a concentrare l’attenzione. Al posto delle nostre lavagne di ardesia si usano tabelloni bianchi, la cui forma a parallelogramma risale a tempi antichissimi. Poiché l’inchiostro usato non contiene minerali, si può facilmente cancellare.
   Il pallottoliere deriva dall’abaco greco e dalla tavoletta da cospargere di sabbia che, presso i fenici, veniva usata dagli scolari per scrivere e per fare le operazioni aritmetiche.



Il termine dakkah indica un divano in legno, mentre mastabah indica un sedile di pietra, che spesso è una semplice piattaforma rialzata. Nelle moschee, esso è una specie di ambone circolare, sostenuto da colonne, dove i fedeli recitano il Corano.
  In Oriente, i messaggi brevi sono considerati scortesi. Perciò le lettere sono scritte su grandi fogli, che vengono ripiegati fino a ridurli alla larghezza di un pollice. Dopo averne incollato i bordi, si cosparge d’inchiostro l’anello con il sigillo e con esso si stampiglia il bordo, dopo averlo inumidito con la lingua. Questo timbro serve a garantire la segretezza della missiva.
  Nel Medioevo i piccioni viaggiatori erano molto usati. Il califfo Al Nasir ne era appassionato. Nel 1300, inSiria, essi rappresentavano un sistema di comunicazione diffuso tra i Lord.
  L’usanza di mettere il sigillo a una chiusura risale a tempi remoti, anche se è cambiata nei secoli la materia impiegata. Gli antichi egizi (Erod. II, 38) usavano l’argilla, i Greci un tipo di fango argilloso, i Romani la creta e, successivamente, la cera. Nell’Europa medioevale si usava la cera d’api, mischiata ad oleoresina veneziana colorata con cinabro o con altra sostanza tintoria. La ceralacca moderna ha come ingrediente principale la gommalacca, importata dall’India intorno al 1560 d. C. dagli olandesi. Essi la chiamavano ziegel-lak, i tedeschisiegel-lak, i francesi cire-à-cacheter, per distinguerla dalla cire-à-sceller, più morbida. In India, gli anglo-indiani continuano a preferire la vecchia ceralacca, che è più grezza ed ha un aspetto più brutto, ma è più resistente al caldo di quella inglese, che diventa liquida come pece.       
 
  Le tende in lana nera, tessute dalle donne beduine, sono montate su tre file di pali paralleli, i più alti dei quali sono ovviamente posti al centro e hanno il rivestimento fissato a terra con dei pioli. Il tetto forma due o più curve, che ricordano quelle dell’architettura tartara e cinese. Esse caratterizzano anche il chiosco turco e sono presenti persino in Brasile, dove i cornicioni vermigli incurvati verso l’alto attirano l’attenzione del viaggiatore.
  Tutti i profeti avevano un’occupazione manuale. Davide faceva le cotte di maglia, che aveva inventato lui stesso. Prima di lui, infatti, gli uomini usavano una corazza fatta di piastre. “Ed apprendemmo da Davide l’arte di fare cotte di maglia per voi, che vi schermassero dalla vostra violenza. Mi ringrazierete voi dunque?” (Corano XXI, 80). Per questo motivo una cotta di maglia di buona qualità è detta davidica. Nella scelta di trasformare al-malik al-kabir in un dio, io ci vedo un omaggio al fabbro ferraio.
Il mito che attribuisce a Davide l’invenzione della cotta di maglia è probabilmente legato alla sua vita di combattente. I musulmani lo venerano per la sua straordinaria devozione e questa valutazione del suo carattere non è cambiata. Un teologo moderno lo preferiva a tutti gli altri personaggi della storia.        
 
  Gli orientali sparpagliano i cereali all’aria aperta, su di un pavimento di fango essiccato liscio e rotondo, poi li trebbiano con attrezzi diversi. In Egitto il congegno preferito è un macchinario a forma di sedia detto norag, che scorre su fogli di metallo e che viene trainato dai bovini sopra al grano. Ma in genere i musulmani preferiscono il vecchio tribulum (trebbio) di Virgilio e Varro, una treggia di legno a forma di pattino con dei chiodi di legno dalla testa molto grande o con dei frammenti aguzzi di selce o di basalto conficcati. In Oriente la paglia, il tibn, e anche il fieno sono ricavati in questo modo.
  Da uno stallone arabo di nobili origini ci si aspetta che sia pronto a lottare per il suo padrone e che lo svegli la notte se vede segni di pericolo. Di solito, il cavaliere dorme sotto al ventre dell’animale che tiene gli occhi e le orecchie aperti fino all’alba.
  Non vi è bisogno di dire che le scritte sopra alle tovaglie o le parole incise sui vassoi di metallo comprati dagli europei sono solo delle imitazioni. In questo modo, si impedisce che gli occhi degli infedeli si posino sulle formule di preghiera. Quelli che si vedono sono degli attugra di fantasia o delle firme autografe di sovrani.  
  In Siria e in Egitto vi era l’usanza di disporre lunghe file di ciotole di porcellana su dei ripiani che correvano tutt’intorno alla stanza, ad un’altezza di sei o sette piedi, e che formavano una magnifica cornice. A Damasco ho comprato molte di queste ciotole, fino a quando i venditori, resisi conto del loro valore, non cominciarono a chiedere prezzi proibitivi.  
  I beduini si servono di lance e giavellotti di diversi tipi, ma usano specialmente il mizraq, finemente decorato. L’asta per i fanti, il salfah, è un bastone di bambù o di palma, con una testa grossa quasi quanto un pugno. La lancia dei cavalieri è ricavata dal bambù maschio. E’ lunga dodici piedi, ha una base in ferro e una punta conica affusolata, in acciaio traforato o damaschinato, al di sotto della quale spunta un ciuffo nero di piume di struzzo. E’ un punto d’onore non vendere queste armi per nessun motivo.
  Essere colpiti da una scarpa o dalla canna di un flauto è considerato un grave insulto. A differenza delle fruste e dei flagelli, infatti, questi articoli non sono stati creati per questo scopo. E’ un punto sul quale l’Oriente e l’Occidente hanno posizioni diametralmente opposte. “Le ferite inferte da strumenti che sono per caso nelle mani di una certa persona, non disonorano chi viene colpito.” dice Cervantes (Don Chisciotte, cap. 15). E fa l’esempio di una persona che, colpita da uno zapatero (ciabattino) con una forma da scarpe, non doveva sentirsi danneggiata. In Oriente è esattamente l’opposto. Un colpo dato con un flauto è costato a Ismail Pasha la condanna al rogo, inflittagli da Malik Nimr, capo di Shendy. In Oriente, la ferita provocata è meno importante dello strumento che la provoca. Le pietre e i bastoni sono considerate armi perdonabili, le spade, i pugnali, i fucili e le pistole sono considerati criminosi.

  Nei primi tempi dell’Islam, i ‘banditori’ della moschea erano di solito abissini. In Egitto, invece, si preferivano i ciechi perché, oltre ad essere abbondanti e a buon mercato, avevano il vantaggio di non poter vedere quello che succedeva sulle terrazze delle case adiacenti il minareto, dove le donne e i bambini prendevano il fresco la mattina e la sera. Si racconta di uomini che, per ottenere quel posto, fingevano di essere ciechi. Nelle città musulmane, lo straniero doveva fare attenzione a mostrarsi alle finestre o sulla galleria del minareto. La gente non ama essere osservata e il fischio di un proiettile era l’avvertimento che lo invitava a tirarsi indietro.     
  In Oriente, il muzaiin, il barbiere si porta sotto al braccio la bacinella e il sacco di cuoio con l’attrezzatura e non si limita a fare la barba, ma strofina la fronte, spunta le sopracciglia, passa con mano leggera il rasoio sul naso, corregge la linea dei baffi, accorciandoli e dividendoli a metà. Egli non è neanche un briciolo meno chiacchierone del vecchio tonsor romano né meno venditore di scandali di Figaro, il suo collega dell'Europa del Sud.  
  I contadini e i soldati della Turchia sono gli uomini più onesti del mondo. Purtroppo, però, quando diventano caporali o Pascià, ha inizio un processo di trasformazione e di deterioramento del loro comportamento, favorito dal fatto che l’opinione pubblica tollera la condotta disonesta, vedendola come parte integrante di una condizione sociale più elevata. Come succedeva in Inghilterra due secoli fa, per conservare un posto un uomo deve fare regali a molti dirigenti. Così, per rifarsi di questi esborsi, egli sfrutta i lavoratori poveri e depreda le vedove e gli orfani. Una soluzione ci sarebbe e consisterebbe nel pagare salari molto alti, ma è una scelta incompatibile con quel tipo di società.  

  Al mondo vi sono pochi spettacoli più spaventosi di una tempesta di sabbia nel deserto. Gli arabi la chiamano zubai’ah. Colonne di sabbia alte mille piedi, verticali e inclinate, battono la pianura, sferzano la polvere sollevandola in un turbine di vento, tranciano alla radice i fili d’erba, sradicano gli alberi e li fanno roteare in aria come fuscelli, spazzano via le tende e le case come se fossero pezzi di carta. Alla fine, le colonne si riuniscono in alto e formano una gigantesca nuvola gialla, ad un’altezza di tremila piedi, che oscura non solo l’orizzonte, ma anche il sole di mezzogiorno. Queste trombe di sabbia sono il terrore dei viaggiatori. Nel Sind e nel Punjab vi sono delle tempeste di sabbia che, per l’oscurità che creano, battono la più nera nebbia di Londra.
  Huntha vuol dire flessibile, flaccido; hantha vuol dire piegare verso l’interno, come si fa, per esempio, con l’imboccatura di una ghirba, prima di portarla alla bocca. Muhannath vuol dire uomo effeminato, sodomita passivo o eunuco. A differenza degli Occidentali, gli Orientali credono all’esistenza di esseri umani ermafroditi, dotati di organi sessuali maschili e femminili capaci di riprodursi. L’Islam ha per loro delle regole speciali. Per noi, invece, sono come i mostri di Buffon. Gli antichi greci coltivavano il sogno poetico di un animale umano che unisse in sé le bellezze dell’uomo e della donna e già nell’antico Egitto fiorivano le leggende sulla coesistenza di organi sessuali maschili e femminili nella stessa persona. La troviamo nella Genesi (I, 27), dove l’uomo, immagine della divinità, è creato maschio e femmina, prima di essere creato con la polvere della terra (II, 7). Questa vecchia tradizione, forse derivata dai greci, si fece strada anche in India. La terza persona della loro triade, ardhanari – la mezza-donna, che è una delle forme di mahadeva, ha suggerito loro alcune affascinanti raffigurazioni. E poiché il suo seno destro è visibilmente femminile, gli Europei si sono lasciati andare a sciocche congetture riferite alle amazzoni.

  Non ho bisogno di dilungarmi troppo sui poteri prensili del piede orientale. Con esso, il sarto regge i tessuti e raccoglie gli aghi da terra, la donna fa i massaggi e schiaccia i moscerini in mezzo alle dita. In India, avevo conosciuto un ufficiale che si era sentito mortificato quando aveva scoperto che i movimenti che la sua amante faceva durante l’amplesso non erano dovuti al piacere che provava, ma al fatto che stava schiacciando moscerini con i piedi.
  Torrens, nelle sue Note, cita Il mostro di Drayton:

                                Bring forth the birth- stool – no, let it alone;
                                She is so far beyond all compass grown,
                               Some other new device us needs must stead,
                               Or else she never can be brought to bed.
(Tira fuori il sedile per il parto- no, lascialo dov’è;/ Ella è troppo oltre le nostre competenze, / Abbiamo bisogno di un nuovo piano, altrimenti non riusciremo mai a portarla a letto.)   

 E’ la ‘sedia dei lamenti’ dell’Almanacco del Povero Robin (1676) della quale troviamo allusioni anche in Boccaccio, il classico sedile che, secondo i dileggiatori ha costituito la sedia papale, una sedia curule sin dai giorni della Papessa Giovanna, quando si è ritenuto consigliabile per uno dei cardinali accertare che Sua Santità possedesse tutti gli attributi della virilità. Questo kursi al-wiladah è di una forma particolare sulla quale il paziente è seduto. Si potrebbe scrivere un saggio molto interessante sulle posizioni preferite durante il parto. L’irlandese selvaggia sta su tutte e quattro le gambe, come i cosiddetti animali inferiori. I musulmani di Waday, invece, legano al soffitto della capanna una corda, alla quale la partoriente si attacca, stando in piedi con le gambe divaricate, fino a quando la levatrice non riceve il neonato fra le braccia.

  I dervisci erano sospettati di praticare quella che era un’usanza comune in Oriente e che spesso aveva come obiettivo gli uomini santi: il rapimento. Nel mio Pellegrinaggio (vol. II, 273; III, 327) parlo di una consuetudine, seguita sia alla Mecca che a Medina, di incidere sulle guance dei bambini il mashali, formato da tre segni paralleli che vanno dall’angolo esterno degli occhi fin quasi agli angoli della bocca. Questa decorazione, incisa nella parte carnosa delle guance, viene fatta dal barbiere con il rasoio. Secondo gli abitanti, questo tashrit è un’usanza moderna, che va contro alla dottrina dell’Islam, ma che messa in opera per impedire che i bambini vengano rapiti dai pellegrini, specialmente dai Persiani. Per proteggere le ragazze, si pratica loro un tatuaggio.



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